Anche io ho letto ed apprezzato molto l'articolo, in particolare l'analisi della "proprietà non-privata" dei beni immateriali.
Ma a valle di una analisi tanto intelligente, credo che andrebbe presa in considerazione la possibilità di ripristinare tale proprietà privata (che detto da me, è come se Stallman pubblicizzasse Microsoft Windows! :-D): se io compro un software (o un film, o un brano musicale), posseggo l'artefatto e ci posso fare tutto quello che mi pare (incluso prestarlo, regalarne delle copie o venderne delle copie ad altri) esattamente come potrei fare con un bene fisico.
Mi sorprende che sia impensabile una economia non basata su scarsità artificiali, visto che di risorse scarse da gestire e condividere ne abbiamo già fin troppe.
Al contrario, forse la proprietà privata dei beni immateriali (o meglio l'assoluta libertà di fruttamento economico) è persino più sostenibile e positiva della proprietà privata di beni materiali.
Quanto alle soluzioni, non condivido un'assunzione fondamentale del tuo articolo: che si possa trovare una soluzione ai problemi del capitalismo nel mercato capitalista.
I problemi che descrivi sono esacerbati dalla tecnologia, ma sono logiche conseguenze del sistema in cui tale tecnologia opera.
Il parallelo con la rivoluzione industriale ignora alcune importanti differenze con il mondo contemporaneo, fra cui:
- la popolazione: l'industria necessitava da un lato di attrarre lavoratori nelle città, dall'altro di trasformarli in potenziali acquirenti
- l'inefficienza infrastrutturale: trasferire beni materiali era estremamente costoso
- l'assenza di normative sostenibili: nessuna sicurezza sul lavoro o del prodotto, nessun vincolo ambientale etc...
- la dimensione nazionale: lo stato era in condizione di imporre le proprie leggi sul proprio territorio con un potere fisico e culturale soverchiante rispetto a quello delle aziende presenti
Per queste ragioni, il capitale si trovava in condizione di dover accettare politiche di interesse generale, migliorando la qualità della vita complessiva.
Potremmo quasi dire che la qualità della vita generale sia migliorata NONOSTANTE le politiche di "piu mercato", non grazie ad esse.
Oggi invece:
- la tecnologia comprime salari e sottrae posti di lavoro, incrementando le disuguaglianze e spingendo la popolazione nelle periferie
- le infrastrutture materiali hanno raggiunto livelli di efficienza tali da produrre rendimenti decrescenti
- le normative, seppur malleabili ed aggirabili, rappresentano costo fisso da un lato ed una barriera all'ingresso che protegge gli operatori esistenti dall'altro
- la dimensione globale pone gli stati sovrani (ed in particolare le democrazie) in condizione di svantaggio nei confronti di capitali che operano a livello internazionale
Dunque, temo sia ingenuo (e dunque pericoloso, perché sfruttabile da parte degli interessati) applicare il vecchio motto liberale del "più mercato". Soprattuto perché nel nome del mercato molti intendono "meno regole" (o regole conniventi...).
Vi propongo una prospettiva alternativa: e se la ricetta "Europea" a questo problema fosse invece ed anzitutto "più Cultura"? Più Conoscenza?
Se la computazione degli Europei fosse distribuita nelle case invece che concentrata nel "cloud" (termine nebuloso che significa la server farm di qualche multinazionale")?
Giacomo