Salve. Segnalo anche qui questo articolo di Paola Galimberti: https://aisa.sp.unipi.it/monitorare-per-impostare-le-politiche/ che riassume e commenta il recentissimo rapporto francese sui cosiddetti APC - cioè su quanto le università pagano agli editori commerciali perché gli autori possano render pubblici sulle loro riviste gli articoli che scrivono. Questo rapporto viene letto in combinato disposto con un breve intervento di alcuni ricercatori dell’università di Granada alla 26° Conference on science and technology indicators. L'intervento dice una cosa molto semplice: in relazione ai nostri dati dovremmo comportarci non come clienti, che per di più ricomprano da terzi quanto hanno loro regalato, ma come custodi. Questo vale per i nostri testi, e anche, a fortiori, per le nostre fatture. Come scriveva Rob Kitchin in "The Data Revolution. Big Data, Open Data, Data Infrastructures and their Consequences" (2014) i data, propriamente, dovrebbero chiamarsi capta perché sono esito di operazioni di costruzione e cattura selettiva. Qui si sta discutendo di "capta" che alcuni prendono e rendono pubblici, e altri, invece, no. I ricercatori spagnoli e Paola Galimberti suggeriscono che le università anziché acquistare come clienti "dati" da loro stessi prodotti (e dati via...) dovrebbero invece prenderseli e curarseli da sé. Come insegna la triste vicenda della matrigna di Biancaneve, fare riflessioni su specchi fuori dal nostro controllo può avere esiti molto sfortunati... E buona epifania, MCP -- Maria Chiara Pievatolo Dipartimento di Scienze politiche Università di Pisa Via Serafini 3 56126 Pisa (Italy) +39 050 2212479 https://btfp.sp.unipi.it @mcp@poliversity.it @mcp_@qoto.org https://people.unipi.it/mariachiara_pievatolo/