Perchè da noi il normale è inconcepibile?
Perchè, ammesso di aver deciso di fare la "cosa giusta",
la si cerca sempre di fare coi fichi secchi?
O senza alcuna attenta riflessione preliminare?
Oppure sempre per "ieri", ovvero, con scadenze assurde e
(quindi) senza attenzione per la qualità?
Eccetera.
Spero che conoscitori della macchina "romana" sappiano, se lo vorranno, illuminarci.
Io sottolineo che forse è proprio l'ultimo punto, la scarsa attenzione
per la qualità, a spiegare, se non tutto, molto.
Perchè la qualità richiede organizzazione, metodo, tempi, risorse.
Se la qualità non è un obiettivo riconosciuto, allora bastano tranquillamente
le "bozzacce" (termine inconcepibile fuori dall'Italia), le slide fatte
mezz'ora prima, frasi o addirittura interi documenti che in realtà
non dicono nulla, piani poco meditati perchè tanto l'agenda
cambia ogni giorno.... Ovvero, l'anomala "normalità" di un pezzo
importante (e a volte cruciale) d'Italia.
Piccolo contributo in merito:
io credo che il problema stia nel fatto che nella Pubblica
Amministrazione italiana quello che conta davvero è la fatica
mostrata nell'operare e non l'oggetto del lavoro.
Cioè conta dire di averlo fatto, di qualunque cosa si tratti,
meglio se con molti straordinari, di notte, fuori orario,
non il senso e l'obiettivo del lavoro svolto.
Senza obiettivo e senza progetto, tutto è uno spreco, quindi
tutto può essere tagliato: risorse, tempi, strumenti. Tanto non
ha alcuna importanza quello che si produce.
Il termine "qualità", quindi, è fuori luogo.
L'atteggiamento di Brunetta non può che aver aggravato
il problema. Tutt'altra cosa all'epoca di Cassese (meno di Bassanini),
perché se al lavoro dai un senso, anche i funzionari pubblici
(che in fondo in fondo sono umani) rispondono adeguatamente.
George Courteline insegna -ohimè- ancora molto.
Buona Pasqua!
Dario De Jaco
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