> E' domenica e piove.

ha piovuto tutto il giorno anche qui, ma trovo solo ora il tempo per una breve risposta

a me sembra che sue obiezioni si possano riassumere così: un 'social di Stato' sarebbe necessariamente uguale a tutto ciò che lo Stato ha sempre fatto (male).
ma questo per me è fatalismo: ciò che accade, accade necessariamente in forza di qualcosa che lo trascende (https://plato.stanford.edu/entries/fatalism/)
ecco, per quanto senza dubbio le sue previsioni siano ragionevoli, dico che non possiamo arrenderci a questa prospettiva.
se lo facessimo, resteremmo schiacciati dalla storia, incapaci di immaginare qualsiasi cambiamento, anche meno radicale di quello di cui stiamo parlando
resta sicuramente il fatto (e con questo tento di rispondere parzialmente anche a @Giacomo Tesio) che un mondo dove i social siano cosa pubblica richiederebbe un cambio di paradigma che oggi fatichiamo a concepire.
non sono sicuro però che questo cambiamento possa essere portato dalla fenomenologia dello Spirito hacker
credo invece nel dialogo innovativo, che esca cioè dall'orbita del già-detto
so che tutto questo è ancora vago, ma a quest'ora non mi viene di meglio :-)

cordialmente,
Guido Vetere








On Sun, 24 Jan 2021 at 10:58, Davide Carboni <dcarboni@gmail.com> wrote:
> Tuttavia, l'esperimento mentale andrebbe fatto, sia pure per comprendere bene come mai non saremmo disposti ad una soluzione di quel tipo, mentre invece ci va bene Facebook.

E' domenica e piove. Quindi possiamo anche fare l'esperimento. Come già evidenziato da alcuni, non è tanto una questione tecnica di realizzare un social decentralizzato in quanto da un punto di vista del deployment delle risorse tutti i grandi social privati sono distribuiti, ma la loro governance è centralizzata.

Proviamo a cercare invece un modello in cui lo Stato controlla un social considerando che questo deve avere alcuni requisiti minimi per essere tale.
- deve avere una massa critica minima
- deve funzionare 24/7 quasi senza intoppi, diciamo uptime del 99%
- deve avere dei costi sostenibili senza aumentare il carico fiscale

Partiamo dal primo punto, la massa critica. Come si può pensare di ottenerla? Certo potremmo imporla ope legis, multare chi non si iscrive o chi non lo usa. Fare un po' come nosedive di black mirror. Ma non siamo in Cina e quindi non possiamo (per fortuna direi). Quindi dovrebbe semplicemente essere bello, "inutile", accattivante per tutte le fasce di età (cosa già impossibile per un unico prodotto, nemmeno FB piace a tutti). La vedo durissima con il ministero che fa una gara al prezzo più basso per ingaggiare esperti di exponential growth e UX. Senza contare che un prodotto come questo non si fa una volta sola, si rifà ogni giorno. Product discovery e nuove funzionalità devono essere testate e provate "sul mercato" per cercare sempre di rendere gli utenti più felici e i clienti più paganti. Creare un prodotto mediocre servirebbe solo ad alimentare ancora meglio quelli privati esistenti.

Vediamo il secondo punto, quello dell'uptime o meglio della business continuity. Che poi ha due dimensioni: una tecnica ed una di supporto utenti. Quella tecnica è banale, il servizio deve stare su. Quella del supporto è anche banale: se un utente ha un problema, scrive al supporto ed ottiene una soluzione. Ora sto veramente cercando di capire quale altro servizio pubblico di quelli gratuiti (o meglio pagati dalla fiscalità generale) tra scuola, sanità, previdenza sociale, servizi al cittadino di comuni regioni etc. abbia questo livello di qualità. Devo ammettere di non averci pensato molto, ma per ora non ne ho trovato nessuno. Chiaramente mi riferisco all'Italia. 

Terzo, deve avere dei costi sostenibili. Twitter fattura 3B e Facebook circa 70B. In questa scala si collocano anche i costi per un social con ambizioni globali. Possiamo moltiplicare per un fattore 0.3 se vogliamo ridurlo al solo spazio europeo e possiamo andare da un minimo di 1B ad un max di 20B. Il guaio è che il modello twitter non sarebbe comprensivo di tutte le fasce di età e di utilizzo, twitter lo usano solo politici, "anziani" e intellettuali (o presunti). Facebook è un universo molto più rappresentativo (instagram, whatsapp, facebook) di una platea molto più vasta.





On Sat, Jan 23, 2021 at 6:08 PM Guido Vetere <vetere.guido@gmail.com> wrote:
Caro Carboni,

> lei che ha suggerito "un intervento pubblico diretto e concreto come per la sanità e la scuola"
> e per molte menti semplici come la mia questo significa aziende di stato che operano direttamente
> con i loro utenti e non sostenere un progetto open source a distanza.

Mi dispiace per aver dato queste suggestioni, in effetti per intervento pubblico non intendevo necessariamente un 'social di Stato'.
Tuttavia, l'esperimento mentale andrebbe fatto, sia pure per comprendere bene come mai non saremmo disposti ad una soluzione di quel tipo, mentre invece ci va bene Facebook.
Il ragionamento che cerco di fare, comunque, è 'per esclusione'.
Da una parte mi sembra implausibile un intervento legislativo di tipo tradizionale per dissolvere quel genere di monopoli 'più-che-naturali' che caratterizzano oggi l'infosfera.
D'altra parte, credo che nessun sistema decentralizzato aperto al mercato possa con le sole sue forze ottenere la capacità di attrazione di un sistema tecnicamente e semanticamente centralizzato.
Se questo mio scetticismo è fondato, allora non vedo altra soluzione che un intervento pubblico diretto e concreto, qualsiasi cosa possa essere.
Non mi spingo a dire cosa debba essere, ma credo che se ne possa parlare senza dogmi e pregiudizi.

Cordialmente,
Guido Vetere

PS: Quanto a Qwant, forse non sarà granché ma è comunque 'up and running'. Tenga conto che l'EU ha pure buttato un miliardo nello Human Brain Project, tanto per dirne una ..

 



On Sat, 23 Jan 2021 at 15:27, Davide Carboni <dcarboni@gmail.com> wrote:
Caro Vetere,
complimenti per le sue capacità di lettura del pensiero a distanza. Ma al di là di questo, è lei che ha suggerito "un intervento pubblico diretto e concreto come per la sanità e la scuola" e per molte menti semplici come la mia questo significa aziende di stato che operano direttamente con i loro utenti e non sostenere un progetto open source a distanza. Per quanto riguarda Quaero, non contenti del primo fallimento, si è investito altri 25mil di soldi pubblici nel sequel Qwant di cui mi piacerebbe conoscere l'opinione dei presenti.

Cordiali saluti


On Sat, Jan 23, 2021 at 3:15 PM Guido Vetere <vetere.guido@gmail.com> wrote:
Caro Carboni,

mi sembra che la sua domanda sia retorica, nel senso che non è in effetti una domanda ma un modo di esprimere un'opinione.
Se la sua opinione è che l'alternativa ai social 'di mercato' sarebbe il social di Stato, allora il suo argomento rientra nella fallacia del 'falso dilemma'.
Infatti, l'alternativa non esiste, tertuim datur!
Prenda ad esempio Signal, che è gestito da una fondazione non-profit. Ebbene: si potrebbero ad esempio sostenere questo tipo di fondazioni.
Inoltre, se in passato c'è stato Quaero, non è detto che ci possa essere solo Quaero.
Diciamo no al fatalismo! :-)

Cordialmente,
Guido Vetere



On Sat, 23 Jan 2021 at 13:08, Davide Carboni <dcarboni@gmail.com> wrote:


On Sat, Jan 23, 2021 at 12:02 PM Guido Vetere <vetere.guido@gmail.com> wrote:
Debenedetti scrive in risposta a Floridi che sostiene la necessità di regolamentazione (anche antitrust) del social:


Trovo che l'equazione mercato=democrazia, di per sé abbastanza logora, sia particolarmente sbagliata quando si applica all'infosfera.

Credo poi che neanche l'approccio regolatorio sia sufficiente, e che sia invece necessario un intervento pubblico diretto e concreto come avviene per la sanità o l'istruzione.


Cosa suggerisce? Che lo stato crei i suoi social? Nazionali o europei? E l'iscrizione dovrebbe essere coatta o volontaria? E i social privati devono essere dichiarati illegali? Qualcuno si ricorda Quaero?



 
L'obiezione secondo cui un intervento di questo tipo esporrebbe ai rischi di autoritarismo è fuori luogo: sarebbe come dire che un governo potrebbe limitare la libertà di insegnamento o decidere chi abbia diritto alle cure. Negli ordinamenti democratici, per queste cose esistono le costituzioni. Se poi vi fosse un governo che, in quanto governo, riscrive la costituzione, allora non è di infosfera che dovremmo parlare.

Regards,
Guido Vetere






On Sat, 23 Jan 2021 at 11:12, don Luca Peyron <dluca.universitari@gmail.com> wrote:
Considerazioni interessanti

buona lettura

dl

https://www.huffingtonpost.it/entry/linfosfera-e-un-mondo-nuovo-ma-non-puo-sottrarsi-ai-principi-costitutivi-di-uno-stato_it_600a909fc5b6a0d83a1a467d 
_________________________
don Luca Peyron
Direttore Ufficio per la Pastorale Universitaria
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