On September 13, 2020 6:06:05 PM UTC, Giuseppe Attardi <attardi@di.unipi.it> wrote:
il termine hack si riferiva a una soluzione astuta/spiritosa ma macchinosa/futile a un problema.
Infatti questo significato è riportato anche nel jargon file originale (precedente alle manomissioni do ESR). Vedi HACK (e HACKER) qui: https://www.dourish.com/goodies/jargon.html La lunga ed intricata definizione evidenzia la scarsa chiarezza con cui gli autori percepivano il processo storico di cui erano parte. Tuttavia la definizione finisce con una nota importante:
The word HACK doesn't really have 69 different meanings.
In fact, HACK has only one meaning, an extremely subtle and profound one which defies articulation.
Which connotation a given HACK-token has depends in similarly profound ways on the context.
La definizione che ho fornito, prova proprio ad esprimere in modo chiaro il significato che gli hacker di allora potevano intuire ma non ancora articolare chiaramente.
Per esempio soluzioni provvisorie a un bug, senza andare alla sua fonte, erano chiamate “hack”. [...] Un hack era per esempio l’uso della combinazione di tasti sulla Lisp Machine Escape-E, che … chiamava l’ascensore al piano in cui ti trovavi.
Devo ritrovare un testo bellissimo che descrive un hack apparentemente insensato, apparentemente scherzoso... un interruttore collegato alla messa a terra e a nient'altro, che se chiuso, faceva crashare la macchina su cui era montato. (riporto purtroppo a memoria... ma proverò a ritrovarlo perché era veramente divertente ed esemplificativo) Sebbene un hack appaia come una pezza affrettata e superficiale, sebbene talvolta possa davvero derivare da un'intuizione difficile da spiegare, un hack presuppone una conoscenza ed un'esperienza profonda del sistema in cui viene realizzato. L'hack sintetizza tale conoscenza in modo originale e magari controintuitivo, talvolta persino in modo inconsapevole, ma non sarebbe possibile senza tale conoscenza e senza la curiosità che, oltre ad averne favorito l'apprendimento, permette di elaborarla da prospettive inconsuete.
All’MIT, dove è nata la hacker culture
Per il semplice fatto di aver attratto molti hacker in un solo luogo, il MIT ha reso evidente (forse per la prima volta) questo fenomeno, anzitutto a coloro che ne facevano parte. Questi hacker hanno iniziato ad avere coscienza delle proprie peculiarità, aggregandosi attorno ad esse e definendo una propria cultura, sintetizzata ad esempio nel jargon file originale. Ma il fenomeno hacker è molto più antico. Al MIT va certamente riconosciuto il merito di aver permesso l'identificazione del fenomeno in una sua particolare istanza, ma non la creazione (e dunque la definizione) del fenomeno stesso. C'erano hacker prima del MIT e c'erano altrove rispetto al MIT (ed agli Stati Uniti). Semplicemente, altrove non svilupparono una consapevolezza collettiva, forse anche a causa della maggiore integrazione con la società circostante: essere marginalizzati od oppressi insieme, costringe inevitabilmente alla formazione di un'identità comune. Il problema oggi è riuscire a distillare l'essenza di questo fenomeno, gli assi (etici) ortogonali che permettono di descriverlo e comprenderlo. E rimane ancora da verificare se il termine "hacker" sia ormai irrimediabilmente compromesso, incapace di acquisire un significato universale, indipendente dalla cultura statunitense. In tal caso bisognerà trovare un'altro significante. Giacomo