On December 19, 2018 5:37:22 PM UTC, Vincenzo Mario Bruno Giorgino <vincenzo.giorgino@unito.it> wrote:
Il dono non coincide in modo univoco con i commons. I commons sono un "fare il comune", cioè mettere insieme delle risorse, investire in esse le proprie energie individuali e ricevere in cambio quanto serve per provvedere a sè; i criteri di contribuzione e ripartizione sono decisi in comune. Se poi questo avvenga secondo gerarchie comunitarie oppure alla pari, una testa un voto, è da vedere.
Questo è molto interessante, ma onestamente non corrisponde per nulla alla mia esperienza.
Nei commons ci può anche essere il mercato, ma non capitalista, cioè non volto alla massimizzazione del profitto via accumulazione del capitale...
In teoria il mercato è un meccanismo di distribuzione delle risorse indipendente dal capitalismo. In pratica, in qualsiasi sistema si presenti la possibilità di un profitto convertibile in capitale, il capitalismo impone i propri meccanismi per la sua banalità: massimizzare una singola quantità richiede meno energia al nostro cervello (o a un computer) di ottimizzare variabili più complesse (e spesso non del tutto quantificabili). A parità di risorse, non c'è possibilità che un agente alla ricerca di un ottimo multidimensionale possa competere con un agente che ottimizza esclusivamente il capitale se il sistema in cui agiscono favorisce/sfavorisce gli agenti sulla base del capitale stesso (tasse, PIL, potere economico che diventa politico etc...): il numero degli agenti del sistema si raggiungerà un equilibrio solo quando tutti gli agenti attivi dispongono delle stesse risorse e le dedicano esclusivamente a massimizzare il proprio capitale. Vi è dunque una tensione inevitabile fra bene in comune e proprietà: se sottrarre alla comunità un bene è possibile, la comunità ne verrà privata per convertirlo in capitale. La misura del capitale di interesse però può non essere la moneta: il capitalismo funziona egualmente se invece di euro parliamo di byte. Nello scambio però ciò che prima sembrava costoso appare gratuito (il pane non me lo danno per i miei dati) mentre cio che prima sembrava gratuito appare estremamente costoso (Facebook, i servizi di Google etc).
Su questa definizione riduttiva del capitalismo io non sono d'accordo, ma viene inteso così dai commoner (Bauwens, Bollier, Helfrich etc...).
In effetti per "capitalismo" persone diverse intendono spesso cose diverse a seconda del contesto e talvolta anche a seconda della occasione. La accezione riduttiva che adotto qui, quanto meno è chiara.
Il dono invece è altro: può essere basato sulla reciprocità o essere incondizionato
Temo tu stia usando categorie inadeguate. Il dono è un atto d'amore libero, è sempre gratuito ma non è incondizionato. Anzitutto si compie solo a condizione di essere accettato (1) da uno dei destinatari (2). Il dono stabilisce sempre una relazione bidirezionale, perché l'amante seleziona gli amati (1) e ciascun amato lo accetta o rifiuta (2). Se la reciprocità è implicita nel accettazione, non si tratta di dono, ma di investimento o di baratto. Particolarmente interessante, a questo proposito è l'amore coniugale, in cui la differenza fra amato e amante si annulla in un dono che mancherebbe di destinatario... se non fosse la vita. (È un peccato che l'italiano ci costringa a parlare di "amore", mentre dovremmo parlare di "amare"... Dio è Amare, è un verbo, è un agire... non un sentimento!)
Il software libero può essere un commons compiuto (o un dono incondizionato, estensione dell'economia intima, vale a dire tra estranei con affinità (hacker), cioè una comunità intenzionale) ma solo se mette in grado di provvedere a se stessi.
Su questo non sono sicuro di essere d'accordo. Oggi ho avuto un lunghissimo scambio in proposito sul fediverse che è partito da un testo, in cui venivano analizzati i metodi di finanziamento del FLOSS/OSS svilendo in vari punti l'attività volontaria di chi decide di donare software libero. https://mastodon.nzoss.nz/@strypey/101257644607038602 Per me, l'idea che il software libero debba avere un business model, che debba essere sostenibile, è veramente inaccettabile. Il software libero è un espressione creativa di curiosità. La sua libertà cardine non è quella di usare o distribuire il software, ma quella di studiarlo e modificarlo. Dunque la libertà fondamentale del software libero è quella di imparare. E non hai bisogno di un business model per imparare, insegnare e poi imparare di nuovo da cosa gli altri hanno imparato da soli.
non si reggono sulle loro gambe.
Non importa.
Quello è lo spirito, l'etica che anima i partecipanti, ma provvedono a se stessi in altri modi (dipendono dallo stato o dal privato e quando possono hackerano e dedicano il tempo al software libero).
È uno scambio vantaggioso. Pensaci: quanto tempo dovrei sprecare per convincere un committente a pagarmi per creare un nuovo sistema operativo basato su un nuovo protocollo di rete incompatibile con tutto ciò che esiste e che assume che l'utente voglia e sappia programmare? Quanto tempo dovrei sprecare per convincerlo che le licenze copyleft esistenti non sono in grado di mantenere il software sviluppato su quel sistema operativo nei Commons? Quanto tempo dovrei sprecare per discutere un committente dei dettagli (che magari nemmeno capisce) o delle caratteristiche da dare o da non dare all'interfaccia... etc... Non funzionerebbe mai. Perché chi paga vuole un prodotto, io voglio conoscenza.
Ovvero... di cosa campa Richard Stallman? https://www.reddit.com/r/linux/comments/5l1g9k/how_does_richard_stallman_ear...
Donazioni? Non mi è chiaro cosa intendi... vuoi dire che guadagna poco? Tanti? O che è un precario? Davvero non mi è chiaro.
Ho sentito Stallman di recente a Torino, poche settimane fa, al dipartimento di Informatica: criticava l'open source e Floss proprio sulle basi che tu Giacomo hai sostenuto in queste mail
Allora probabilmente si sbaglia... :-D
ma secondo me la reciprocità come motore di un sistema di transazioni, per esser tale, deve avere come condizione che i partecipanti ne traggano quanto serve loro per vivere.
Io sarei ben felice di poter mantenere la mia famiglia e poter perseguire liberamente la mia curiosità senza dover passare le giornate a risovere astrusi problemi che non si potrebbero nemmeno se l'informatica fosse un po' meno primitiva. È possibile? Sì, se riesco a trasformare tutta la prossima generazione in hacker e loro trovano un modello economico migliore del capitalismo. Per il momento però posso solo donare quello che ho.
Ciò non sminuisce le intenzioni ma le ricolloca nelle condizioni.
Ma guarda che le mie non sono nobili intenzioni. Io ho un progetto pratico. Politico. Una specie di Seldon Project dell'informatica. Forse sembro un idealista perché oso guardare un po' più in là del mio naso, ma ti assicuro che sono un programmatore vero... pragmatico quanto tutti gli altri! :-D
PS: non credo esista "il capitalismo" ma vari capitalismi, culturalmente fondati.
Sono abbastanza d'accordo. Ma tutti condividono la stessa struttura funzionale.
Così come non credo che tutte le aziende puntino a massimizzare il profitto, come un mantra universale da quando Karl Marx ha pubblicato Il Capitale.
Per il momento io invece non posso che dare ragione a Marx.
E non credo che il mondo sia capitalocentrico: c'è anche dell'altro. Dati alla mano.
Il mondo è grande... :-)
E nemmeno credo ad un pensiero unico neo-liberista che tutti ci soffoca...
Io non ho bisogno della fede per questo. Ovunque vada, il pensiero unico è il mio cappio. Liberista? Dipende... negli USA si. In Europa meno. In Italia solo quando è ora di pagare le tasse. :-D
Ed infine non credo che Facebook, Google ecc "estraggano" valore da noi vivendo di rendita sulle nostre interazioni. Troppo semplice. Ci mettono qualcosa anche "loro", qualcosa che "noi" non siamo (ancora) capaci di realizzare.
Hardware. Io per l'hardware sono proprio negato. :-D
Un caro saluto,
Enzo
A presto! Giacomo