Caro Ugo, caro Philippe, grazie per i vostri contributi che ho letto con piacere e che meritano uno scambio più approfondito. Colgo solo il fatto che la questione va posta in ambito politico, di _filosofia politica_, ed investe la tecnologia solo nella misura in cui questa è un mezzo (formidabile in verità) per raggiungere dei fini che sono essenzialmente politici. Più che mai "technology has politics" e "code is law": occorre saper scegliere le tecnologie, ma vedendole nel contesto. Quello che con la risposta al Covid abbiamo visto è l'introduzione non solo di codice genetico alieno nei corpi biologici, ma di codici di comportamento (politico) nuovi nel corpo sociale. Nonostante non sia esprimibile in bit, questa è una novità sul piano informazionale che non può essere trascurata. Ma che conseguenze avrà? Da una parte -possibilmente-, potrebbe portare il crollo dell'ultima ideologia, quella neoliberista dello Stato che non si immischia, dell'economia che si autoregola, della flessibilizzazione del lavoro ad ogni costo, della deterritorializzazione, dell'efficienza, della tecnologia che risolve tutto. Lo Stato si immischia, regola, conta la qualità del lavoro (specie quello dell'"ultimo miglio"), ogni territorio è diverso, l'efficienza va subordinata alla resilienza, e la tecnologia serve solo quando serve. Oppure, -altra possibilità-, la "resurrezione" dello Stato servirà a rimodulare il vecchio paradigma attorno ad un gattopardesco cambio della guardia. Da cosa capiremo (nelle prossime settimane) da che parte stiamo andando? Per cominciare da chi (quale classe sociale) pagherà il debito che gli Stati stanno facendo. Ma soprattutto da come affronteremo l'altra emergenza, quella che sta sullo sfondo (e forse alla radice) di quella sanitaria, ovvero quella climatica e sociale che affonda nel dogma di cui sopra. Concordo con Philippe che contribuiranno alla risposta anche i comportamenti immediati sul piano locale, ma non accontentiamoci. In 4 mesi del 2020 sono morte 300.000 persone di COVID: se sciaguratamente il virus fosse inarrestabile, morirebbero un milione e 200 mila persone all'anno. Ma per inquinamento dell'aria muoiono 4.2 milioni di persone, dati WHO [1]. Tre volte e mezza, *ogni anno*. Come mai questa non è un'emergenza ma una spiacevole necessità? In questo senso i corpi contano. Il 24 febbraio, chiuso in zona rossa, ho preso questa nota rivolgendomi idealmente al nuovo e sorprendente volto del decisore pubblico:
Assieme al DNA del virus, nuovi codici sociali vengono introdotti ed in parte anche accettati. Questi codici descrivono, prescrivono e predicono il futuro comportamento dei cittadini e della politica nei confronti delle emergenze. Nell’emergenza sanitaria lottiamo anche a costo di provvedimenti pesanti nei confronti dei cittadini, provvedimenti “che mai avremmo voluto prendere”. Bene, prendiamo atto, ma non dimenticheremo che sono stati presi, sapremo che possono essere presi. Di fronte all’emergenza climatica prossima ventura e alla disuguaglianza sociale rampante, superato il virus pretenderemo che vengano presi provvedimenti altrettanto forti. Anche i vostri comportamenti saranno contagiosi. Il resto della riflessione la trovate qui: <https://nobrainnopain.org/contagiopensieridallazonadiinterdizione>
Ciao, Alberto [1] <https://www.who.int/airpollution/ambient/health-impacts/en/> On 15/05/2020 16:56, Ugo Pagallo wrote:
Caro Alberto,
grazie per la segnalazione.
Ho proposto una prospettiva filosofico-giuridica diversa in
https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=3600038
Non entro nel merito. La dialettica tra posizioni filosofiche diverse richiede lo spazio di un articolo, appunto, e non scambi brevi per email – *the Medium is the message*.
Ma per tutto quello che ho letto e condiviso su questa lista negli ultimi mesi o anni, va pur detto che questo tentativo di ridurre il corpo digitale al corpo biologico delle popolazioni ha la vista corta, o il fiato breve. Tra i tanti esempi, caro Alberto, ricordo proprio tutte le tue acute osservazioni in questi anni su “privacy enhancing techniques” e “face recognition software,” o il lavoro di Nexa per la Dichiarazione dei diritti di internet (2014), https://nexa.polito.it/dichiarazione-diritti-internet.
Se posso, rimandando alla mia posizione, “The Covid-19 crisis has been often interpreted as if this were the last chapter of an on-going history about the Leviathan and its bio-powers. It is not. The crisis regards the end of the first chapter on the history of today’s information societies.”
Ciao, e a presto
Ugo
PS - Allego il PDF nel caso in cui qualcuno interessato al paper non avesse l'account SSRN
Il giorno ven 15 mag 2020 alle ore 15:45 Alberto Cammozzo <ac+nexa@zeromx.net <mailto:ac%2Bnexa@zeromx.net>> ha scritto:
Una bella e ampia prospettiva filosofica che include anche la app.
<https://www.internazionale.it/opinione/paul-preciado/2020/05/09/lezioni-viru...>
Se nel 1984 Michel Foucault fosse sopravvissuto all’aids e fosse rimasto in vita fino all’invenzione della triterapia, forse oggi avrebbe 93 anni: avrebbe accettato di rinchiudersi nel suo appartamento di rue de Vaugirard? Il primo filosofo della storia a morire di complicazioni generate dal virus dell’immunodeficienza acquisita ci ha lasciato alcune delle nozioni più efficaci per riflettere sulla gestione politica dell’epidemia. Nozioni che, in mezzo al panico e alla disinformazione, si rivelano utili come una buona mascherina cognitiva.
La cosa più importante che abbiamo imparato da Foucault è che il corpo vivente (e dunque mortale) è l’oggetto al centro di ogni politica. Non esiste politica che non sia una politica dei corpi. Ma per Foucault, il corpo non è un organismo biologico già dato sul quale il potere agisce in un secondo momento. Il compito dell’azione politica consiste proprio nel fabbricare un corpo, nel metterlo al lavoro, nel definirne le modalità di produzione e di riproduzione, nel prefigurare le modalità di discorso con cui questo corpo s’immagina fino a quando non è in grado di dire “io”.
Tutta l’opera di Foucault può essere interpretata come un’analisi storica delle differenti tecniche attraverso le quali il potere gestisce la vita e la morte della popolazione. Tra il 1975 e il 1976, anni in cui pubblica Sorvegliare e punire e il primo volume della Storia della sessualità, Foucault usa la nozione di “biopolitica” per parlare del rapporto che il potere stabilisce con il corpo sociale nella modernità. Descrive la transizione da quella che chiama “società sovrana” alla “società disciplinare” come il passaggio da una società che definisce la sovranità in termini di ritualizzazione della morte a una società che gestisce e massimizza la vita delle popolazioni in funzione dell’interesse nazionale. Per Foucault, le tecniche di governo biopolitico si sono diffuse come una rete di potere che ha oltrepassato la sfera legale o punitiva per diventare una forza orizzontale e tentacolare, attraversando la totalità del territorio e penetrando infine nel corpo individuale.
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