Gentile Alfredo, mi sa che stiamo dicendo la medesima cosa con due linguaggi diversi. Se diciamo che ci sono esseri umani "di qua" (che creano e controllano) ed esseri umani "di là" (che usano e subiscono) gli strumenti tecnici, stiamo dicendo che questi strumenti stabiliscono relazioni di comando/obbedienza. Mumford direbbe che le nostre tecnologie, quelle che stabiliscono il "di qua" e il "di là", sono "tecnologie autoritarie". Illich le chiamerebbe "tecnologie del dominio", concordando implicitamente con Winner sul fatto che "artifacts do have politics" o -come minimo- che "gli artefatti inducono più facilmente una certa politica", quella della divisione tra "di qua" e "di là". Se questo è il nostro punto di partenza, allora possiamo immaginare una società conviviale, in cui il rispetto dei "di là" non sia dovuto per "gentile concessione" dei "di qua" (gli esperti), ma sia la conseguenza del nuovo "status quo". Come arrivare a questo nuovo status quo ce lo spiegherebbe Simondon, analizzando "il modo di esistenza" degli strumenti tecnici e -in particolare- il loro retaggio. Laddove prevale il retaggio del dominio (la tecnologia autoritaria di Mumford) allora abbiamo questa divisione, laddove prevale il retaggio della libertà (la tecnologia democratica di Mumford) prevale una società conviviale, dove non è affatto facile stabilire relazioni di comando/obbedienza. L'unica maniera per discordare radicalmente sarebbe invece affermare, per convenzione assiomatica è la "natura" dell'uomo: ci saranno sempre esseri umani 'di qua' ed esseri umani 'di là'. La tecnologia ne è la logica conseguenza. A quel punto saremmo costretti a concordare nel discordare, perché tale assioma non fa che replicare il grido di battaglia della Lady di ferro: "TINA: There Is No Alternative!". Un motto al quale, fin da piccino, ho sempre preferito "TATA: There Are Thousands of Alternatives!". A presto, Stefano Inviato con la posta elettronica sicura Proton Mail. mercoledì 5 novembre 2025 09:39, abregni <abregni@iperv.it> ha scritto:
Questa è una risposta istintiva, non molto "pensata", ... decisamente a caldo. Me ne scuso.
Non sono molto convinto di quanto dica McLuhan. C'è chi strumenti fa e chi strumenti usa (forse sto citando Forrest Gump...). Voglio dire, io mi lascio "modellare" dallo spreadsheet che uso; ne faccio una parte di me, e divento una parte di esso. E c'è gente -- invece -- che realizza, altra che racconta / vende, e altra ancora che idealizza "cose" come auto o LLM, "diverse" dalla gente "dall'altra parte" che "abbocca" / "compra" / ..."ci si perde". Ci sono sempre uno o piu soggetti "attivi", e un certo numero di soggetti "passivi" (io e il mio spreadsheet, o un altro che si è autocostruito un deltaplano, siamo un po' l'eccezione in quanti in contemporanea attivi e passivi).
Non siamo affatto "a specchio" con gli strumenti, salvo casi rari di cui ho fatto esempi. C'è un "di qua" di chi fa, e un "di là" di chi usa. E il rapporto è politico-economico-culturale (manipolato), più che "riflessivo".
Non è l'essere umano che "manipola" cose, e le cose poi lo "manipolano" (è stato vero per la mano, e per il linguaggio, perché la mano, il linguaggio -- e lo spreadsheet -- "siamo noi"); ci sono gli umani "di qua" e gli umani "di là" (come ci sono il medico e il paziente; un dentista può sentirsi "tutt'uno col trapano" -- dico per dire -- il malcapitato dall'altra parte no).
E gli umani di qua dovrebbero avere più rispetto per gli umani di là, ...invece di trattarli cone "pecore 🐑 consumatrici"...
Scusate.
Il 2025-11-05 08:00 Stefano Borroni Barale ha scritto:
Buongiorno B., e grazie per gli articoli. Solo una mini-osservazione:
Diventiamo ciò che contempliamo. Noi modelliamo i nostri strumenti, e in seguito sono i nostri strumenti a modellare noi. (Marshall McLuhan) ^^^^^^^^^^^^^^^^^^
Premetto da me che fissarsi sulle citazioni è una cosa terribilmente pedante. Lo faccio solo perché nutro, per questa particolare citazione, un culto speciale: trovo che spieghi in maniera meravigliosa la necessità di studiare la cibernetica fin da piccini.
Di solito la uso per spiegare a grandi (colleghi delle superiori) e piccini (miei allievi di 16-19 anni) la differenza tra agenti cibernetici autonomi e automatici, e la relazione che li lega.
Solo che l'autore è John M. Culkin, accademico canadese e amico di McLuhan, che prova nel suo articolo del 1967 "A schoolman's guide to Marshall McLuhan" a spiegare cosa intendesse McLuhan con "the medium is the message", e per farlo conia questa frase.
Secondo me, Culkin meriterebbe d'essere ricordato anche solo per questo articolo, così come troppo spesso ci dimentichiamo che quelli che consideriamo "grandi" non sono "big bang di genialità" saltati fuori dal vuoto cosmico, ma più facilmente particelle, tra molte altre, animate dallo stesso campo di forza. McLuhan, per dire, aveva letto Wiener a fondo, e ne ripresenta molte delle idee, solo senza citarlo in maniera adeguata... bricconcello!
Stefano
Fonti: https://norbertwiener.org/creating-the-norbert-wiener-media-project/ https://www.ams.org/notices/200605/rev-marcus.pdf