«Internet e la tv sono due
costellazioni della comunicazione che sono destinate a convivere l’una
accanto all’altra, anche se in uno scenario che sarà progressivamente
diverso da quello a cui siamo abituati oggi. Per certi versi Internet
assorbirà al suo interno la tv. Ma il mondo di Internet, che è il mondo
della ‘autocomunicazione di massa’ non sostituirà quello della tv, che
è il mondo della comunicazione unidirezionale, da uno, il broadcaster,
verso tutti. E poi la galassia della tv è specializzata e concentrata
su due sole tipologie di contenuto: l’entertainment e l’infotainment,
mentre Internet è molto più ampia». E’ così che Manuel Castells, tra i
maggiori studiosi a livello mondiale della società dell’informazione,
che da vent’anni si interessa di Internet e del suo impatto sulla
società contemporanea, vede l’azione reciproca dei due media più
potenti.
Quindi è un errore vedere Internet in contrapposizione agli altri media?
«Quello
che succederà è che sempre più Internet integrerà la tv al suo interno.
Già oggi le giovani generazioni guardano la tv attraverso Internet.
Così come si informano e apprendono le notizie attraverso Internet».
Si riferisce alla convergenza? Al fatto che presto avremo Internet dentro gli apparecchi televisivi?
«La
convergenza non è tanto una questione tecnologica quanto mentale. I
terminali continueranno a restare diversi e separati: useremo l’uno o
l’altro, uno smartphone o un pc o la tv a seconda delle nostre
esigenze».«Ma saremo noi, nel nostro cervello, a realizzare la
convergenza».
Nel suo ultimo libro, ‘Comunicazione e potere’, le parla della ‘tv mutante’. Cosa intende dire?
«Che
la tv è cambiata. Una volta il 90% delle persone guardava i trequattro
maggiori canali tv. Oggi quella quota negli Usa è scesa al 20%, in
Spagna siamo al 25%: la tv non ha più quella stessa capacità di prima
di raggiungere tutti».
In Italia però è forse ancora un po’ così.
«Ma
perché voi avete un monopolio: avete un solo network che fa capo a
Silvio Berlusconi. Un network parte pubblico e parte privato. E questa
è una delle ragioni per cui l’Italia sta rimanendo indietro in questa
fase di sviluppo delle nuove comunicazioni. Vede, un’offerta tv molto
semplificata, semplice, ridotta nei contenuti all’entertainment, non
aiuta lo sviluppo di Internet. Mentre le nuove generazioni oggi
crescono completamente in Internet. E poi in Italia c’è un altro
problema: voi siete una nazione ‘anziana’. Siete una società di
ultracinquantenni. E sono gli ultracinquantenni che guardano molto la
tv. L’Italia ha dei buoni indici di longevità. ma questo è anche un
indice di senilità».
Torniamo agli scenari globali. Non c’è
contraddizione tra lo sviluppo della autocomunicazione di massa, la
moltiplicazione di produttori di contenuti, e la progressiva
concentrazione di gruppi economici nel settore dei media?
«No: è un processo di globalizzazione e customizzazione, ossia di concentrazione anche sulle esigenze degli utenti»
Cioè?
«Per
vendere un prodotto, nel settore della comunicazione, devi attrarre
audience, devi ‘vendere’ a grandi quantità di persone. Prendiamo il
caso di MySpace . Murdoch possiede MySpace ma MySpace è uno spazio di
comunicazione che in qualche modo appartiene anche alla gente che
comunica attraverso MySpace e Murdoch deve rispettarla. Se non lo
facesse, creando barriere o non garantendo il libero utilizzo del
network, sarebbe facilissimo veder emergere altri portali pronti ad
offrire condizioni più libere. Questo perché le barriere di ingresso
nel business di Internet sono molto basse. Non serve un grande
capitale: si può partire velocemente ed essere subito competitivi. E’
già successo».
Quando?
«Facebook a un certo punto cercò di fare
pagare gli utenti: nel giro di 24 ore si realizzò una specie di esodo.
una migrazione di massa da Facebook verso una miriade di altri portali
di social network. Ritornarono sulla decisione».
Proprio riguardo al
pagamento dei contenuti, si sta profilando un accordo tra Murdoch e
Google sulle news: il modello potrebbe essere di lasciarne una quota
libera e mettere le altre a pagamento.
«Ma quello è un accordo tra
corporation: non tocca il cuore del problema delle news. Gli utenti di
Internet cercano di vivere in un sistema di comunicazione libera. Se
qualcuno cerca di farli pagare loro si rivolgeranno a qualcun altro.
Tanto su Internet si possono trovare tutte le notizie perché c’è sempre
qualcuno che leggerà una notizia da qualche parte, un altro sito, o
magari un giornale di carta, e la riporterà in rete dove tutti gli
altri potranno leggerla. E poi si può sempre dire che ciò che si
propaga in rete non è una notizia presa da una parte o da un’altra, ma
il fatto. E il fatto a chi appartiene? Sui fatti non c’è copyright».
E’ per questo che i giornali faticano a trovare un modello di business sull’online?
«Sì.
E’ una situazione triste ma i giornali devono reagire. I giornali
sopravvivranno se punteranno tutto sulla credibilità. Se perdi
credibilità perdi tutto. Poi devono capire come affrontare il vero
cambiamento che Internet sta imponendo loro: il cambiamento della
piattaforma tecnologica: è la carta stampata che non funziona più».
In
un’intervista recente al El Pais lei ha detto che la copia cartacea dei
quotidiani dovrebbe essere venduta a 10 euro, che dovrebbe diventare un
prodotto di lusso. Era un paradosso, una battuta?
«Niente affatto,
la carta costa e ha un forte impatto ambientale. La distribuzione
digitale è il futuro. La piattaforma sta cambiando: i giornali dovranno
avere una edizione cartacea limitata e portare la diffusione principale
su Internet. Il vero nodo è trovare il modello economico. E’ lo stesso
problema che ha affrontato o sta affrontando ogni settore industriale
coinvolto dall’avvento di Internet, a cominciare dai film e dalla
musica. Anzi, nella musica una soluzione è stata trovata: è il modello
ITunes, basato sulla ‘coda lunga’».
Cioè?
«ITunes non vende Cd ma
singoli brani che ognuno può scegliere da un enorme catalogo. Ognuno
può comprare a bassissimo prezzo una piccolissima parte del catalogo.
Microapgamenti e possibilità di acquistare solo ciò che si vuole e non
un insieme imposto. E’ il modello che sta sperimentando ora il Wall
Street Journal. Chi vuole non si deve comprare tutto il giornale ma
solo la notizia per cui ha interesse in quel momento: bisogna saper
raggiungere e suscitare l'interesse di una grande moltitudine di
piccoli insiemi di utenti ciascuno interessato a una singola certa
notizia».
Tra contenuti globali e autocomunciazione personale c’è anche un futuro per un livello di contenuti locali?
«Le
notizie locali sono le più importanti. Le persone sono estremamente
interessate all’informazione locale. Perché l’informazione locale parla
di loro, di cose molto vicine alla gente. E una delle grandi qualità di
Internet è proprio quella di far crescere la dimensione locale,
permettendo la formazione di comunità di interesse dal basso. Sono
comunità che possono facilmente arrivare a coincidere con le
municipalità, i comuni. Su Internet vive un’enorme galassia di radio e
di tv locali. Sono migliaia e migliaia, e sono proprio quelle più
seguite dai giovani nel mondo. E noi dobbiamo sempre tenere lo sguardo
sui giovani, perché i comportamenti che stanno sviluppando oggi saranno
lo standard universale di domani».
Questo sviluppo tumultuoso di
Internet sta riproponendo il problema del controllo della Rete.
Internet ha bisogno di una governance?
«Sono stato molti anni in
commissioni di ogni genere su Internet. Nel 1997 sono stato nella prima
commissione Ue su Internet e la Information Society e sempre la prima
questione è stata: come possiamo controllare Internet. Ma di fatto
Internet non si può controllare. Anche il governo iraniano ha provato a
controllare Internet per impedire le rivolte ma non c’è riuscito».
Però anche la Spagna di Zapatero ha emanato una legge per cercare di impedire la pirateria minacciando la chiusura dei siti.
«Si
dovrebbe mettere in prigione un terzo della popolazione giovanile
mondiale, in Usa 75 milioni di persone fanno regolarmente dei download
in violazione delle norme sul copyright. Ma questo riguarda i modelli
di business. Il problema del governo di Internet è diverso. Il potere
ha sempre cercato di realizzare un controllo sulla comunicazione. Ma
con Internet non si può. Ormai è troppo tardi: è troppo diffusa. Se si
chiude un sito da una parte lo si può riaprire da un’altra. Gli unici
controlli possibili sono quelli automatici, basati su parole chiave. Ma
se quelle parole non vengono usate, se, per esempio, non pronunci le
parole proibite Tibet o Tienanmen, nessuno può trovarti e controllarti.
Gli Stati hanno sempre cercato di tenere sotto controllo Internet ma
senza successo. Perfino gli Usa».
Quando?
«Sotto
l’amministrazione Clinton, per ben due volte, ma furono entrambe
fermate dalla Suprema Corte. Poi l’anno scorso in Francia con Sarkozy,
bloccato però dalla Corte Costituzionale. La verità è che Internet non
ha un sistema di controllo. Le cose che si possono fare e non fare su
Internet sono le stesse del resto della società, quindi da questo punto
di vista il problema non c’è. Quindi quando si parla di leggi e regole
su Internet si parla di altro: di controllo preventivo. Ma Internet non
può essere un po’ più o un po’ meno libera. O è libera o non lo è. Non
è come la tv o i giornali, che hanno un sistema di controllo in quanto
hanno una proprietà. Internet non ha niente di tutto questo. E per
questo crea panico nei governi: perché non ha controllo e non è
controllabile».
Vuol dire che su Internet alla fine valgono solo le regole che essa stessa si da?
«Sì,
nel senso che Internet è un organismo autoregolato. Ma regolato da chi?
Dagli 1,6 miliardi di persone che la usano e che si regolano da sole.
Ci sono buone e cattive persone, quindi Internet è come siamo noi. E’
come uno specchio in cui guardare noi stessi».