Cari tutti,
considerando le esigenze di sintesi giornalistica, Luca Tremolada
ha riportato molto fedelmente il mio punto di vista, tuttavia
colgo l'occasione offerta dalla mailing list per condividere la
versione integrale del commento che ho buttato giù in risposta
alla domanda di Luca, che mi chiedeva a che punto fossimo e cosa
restasse da fare rispetto agli open data, alla luce del decreto
sull'agenda digitale.
"La buona notizia è che oggi
sono stati rimossi non solo tutti
gli ostacoli per una PA che voglia mettere in pratica politiche
open data incisive, ma anche la maggior parte delle scuse
per le amministrazioni che fino ad oggi sono state titubanti.
Sino a non molto tempo fa, l'Italia era a rischio di sanzioni
europee rispetto all'implementazione della Direttiva sul riuso
dell'informazione pubblica (Direttiva PSI). Oggi, penso sia
corretto affermare che - a livello normativo - siamo diventati un
paese all'avanguardia in Europa in tema di accessibilità e
riutilizzabilità dei dati pubblici. Infatti, il decreto
sull'agenda digitale anticipa i punti chiave dell'attuale proposta
di revisione della Direttiva PSI, come il principio della
tendenziale
gratuità del riuso, anche per finalità
commerciali, dei dati detenuti dalla PA. Ma il decreto si
spinge oltre, sino a rendere
aperti "by default", ovvero salvo
esplicite e motivate eccezioni, tutti i dati pubblicati dalle PA
italiane.
Per altro, anche altre norme sostenute da questo governo
concorrono all'apertura dei dati pubblici, come l'art. 18 del
Decreto sviluppo (rubricato "Amministrazione aperta"), che prevede
la pubblicazione online in formato riusabile di tutte le
sovvenzioni ed i contributi erogati delle PA.
Insomma,
l'open data non dovrà più essere l'eccezione che
caratterizza le amministrazioni virtuose, bensì la regola per
tutte le PA rispettose della legge.
A voler trovare un difetto, dal punto di vista giuridico,
nella riforma contenuta nel decreto, si può forse osservare che è
stata attuata tramite
l'ennesima modifica del Codice
dell'Amministrazione Digitale (CAD), la cui effettiva
applicazione è sempre stata e rischia di continuare ad essere
una chimera. Anche per ragioni simboliche e politiche,
sarebbe stato meglio modificare la legge sul diritto d'autore,
sancendo direttamente lì che i dati pubblici sono parte del
"pubblico dominio": in effetti, pare che i ministri Profumo e
Passera abbiano provato a perseguire anche questa strada, ma senza
successo (presumibilmente poiché modificare la legge sul diritto
d'autore rappresenta pur sempre un tabù per alcune delle forze
politiche che sostengono questo governo).
In compenso, qualche
passo avanti rispetto all'effettiva implementazione del CAD
potrebbe essere fatto grazie alla nascente Agenzia per l'Italia
digitale, che si candida a rappresentare lo strumento di
governance (anche tecnologica) che è sempre mancato alle riforme
della nostra pubblica amministrazione. Siccome il decreto non
stanzia nuove risorse finanziarie per l'Agenzia, tuttavia,
l'unica chance che questa abbia successo dipenderà dal capitale
"politico" che questo ed i futuri governi vorranno investire nel
suo funzionamento.
In sintesi, ci sono ottime norme e, anche se i soldi sono pochi,
si può sperare che ci sia la volontà politica di applicarle
davvero.
Fatta l'Italia open, però, bisogna fare gli italiani open. E
questo non si può fare per decreto, purtroppo.
E' necessario
un cambiamento culturale profondo nella pubblica
amministrazione, e qui lo scenario normativo può rimuovere gli
ostacoli (e le scuse), magari può offrire gli strumenti per
incidere sui bonus dei dirigenti inadempienti, ma non può cambiare
dall'oggi al domani la testa delle persone.
E perché cambi la
testa dei funzionari pubblici deve cambiare anche quella dei
cittadini, che da domani dovranno costantemente utilizzare i
diritti relativi ai dati pubblici che la legge conferisce loro, al
fine di renderli concreti.
E deve maturare la capacità delle
imprese e della società civile di riutilizzare effettivamente i
dati, il che presuppone competenze (non solo tecnologiche) che a
volte scarseggiano. Ed anche qui servirebbero investimenti (in
istruzione e formazione). E mancando i soldi da investire si
può solo sperare che molti attivisti, ricercatori, imprenditori,
giornalisti e cittadini in genere abbiano voglia di investire il
loro tempo per concretizzare le opportunità aperte dall'agenda
digitale."
Ovviamente, uno dei tanti posti in cui potremo continuare queste
riflessioni è il
prossimo
IGF Italia, qui a Torino...
Un saluto,
Federico
On 10/08/2012 02:46 PM, Giuseppe Futia wrote: