Caro Giacomo, On Tue, Apr 23, 2019 at 11:21 PM Giacomo <giacomo@tesio.it> wrote:
Ok, non era assolutamente mia intenzione insultarti.
Ti ringrazio, ma per chiarezza non mi sono sentito insultato. Semplicemente ho voluto chiarire sia la mia posizione perosnale, sia il fatto che tra "laissez-faire liberista" (qualsiasi cosa ciò significhi in pratica) e l'iper-regolamentazione ci sono molte opzioni possibili.
Capisco perfettamente (o quanto meno credo).
Il punto è che l'Informatica è un fenomeno completamente nuovo.
Sebbene si innesti in un sistema economico vecchio e ben conosciuto, la sua novità prorompente (e ancora largamente fraintesa), necessita di nuovi approcci.
Approcci che potremo identificare solo attraverso prove (ed errori) che non possiamo iniziare a sperimentare fin tanto che insistiamo a negarne la peculiarità.
Le prove e gli errori sono ovviamente necessari, però bisogna anche fare attenzione al loro costo. Posso anche fornire numeri e statistiche, d'altronde a Bruxelles contiamo tutto, dalla curvatura delle banane al tempo/risorse amministrative che ci vogliono per trasformare un'idea in una Direttiva o un Regolamento e poi ad assicurarsi che tutto ciò sia correttamente applicato; ma il punto fondamentale è che creare nuove regole, nel senso di "leggi", non è un "pasto gratis" e dunque, a mio modo di vedere, bisognerebbe sempre cercare di capire se esistono maniere alternative e meno "costose" per raggiungere lo stesso risultato. Per inciso non è assolutamente un calcolo facile, né dal punto di vista definitorio né da quello meramente aritmetico. Ma è meglio che svegliarsi la mattina e decidere che per il pomeriggio bisogna avere il Regolamento XYZ perché "il popolo ce lo chiede". Nel gergo del settore si parla spesso di "cassetta degli attrezzi delle politiche" ("policy toolbox") per sottolineare che oltre alla regolamentazione si può intervenire tramite per esempio finanziamenti mirati, politiche fiscali, co- e auto-regolamentazione (per la cronaca, non sono un sostenitore di quest'ultima e ho diversi dubbi anche sulla co-regolamentazione così come viene applicata oggi), eccetera. Ultimamente si parla molto anche di "regulatory sandbox" (non ho idea di come vada tradotto il termine in italiano) soprattutto in ambito finanziario, ovvero esperimenti regolatori chiaramente delimitati nello spazio-tempo. Anche qui ho qualche dubbio sulla validità pratica, dato che ciò che funziona in un ambito ristretto non necessariamente "scala bene". Infine, permettimi di osservare che l'affermazione che "l'informatica è un fenomeno completamente nuovo", su cui nutro qualche dubbio che forse dipende da una differente interpretazione del concetto di "nuovo", è fondamentalmente la stessa base argomentativa dei vari "disruptors", la cui risposta tipica alle osservazioni più o meno critiche è fondamentalmente "eh perché l'innovazione il nuovo l'interwebbe blablabla". Per essere chiari non sto dicendo che questo sia il tuo pensiero, ma da un punto di vista logico il "nuovo" non è una base sempre sufficiente per procedere. (Per ulteriore chiarezza, sono ben conscio che i processi decisionali politici non sono esenti dalla medesima fallacia logica.)
Certo. D'altro canto sia chiaro che io non penso che la legislazione da sola possa risolvere i problemi di cui parliamo. Anzi per la verità credo che solo la tecnologia può battere la tecnologia. La legislazione può però modificare le dinamiche del mercato favorendo notevolmente certe tecnologie rispetto ad altre.
Ed oggi, l'unico modo di contrastare certe aberrazioni non passa (solo) dal favorire la concorrenza ma anzitutto del diffondere tecnologie distribuite e distribuire le conoscenze tecnologiche.
Sono profondamente in disaccordo che "solo la tecnologia può battere la tecnologia", approccio molto da Silicon Valley che ha mostrato tutti i suoi limiti. La tecnologia è uno strumento necessario, ma non sufficiente, per rendere operative decisioni politiche. La questione è dunque quale sia la direzione politica che si vuole prendere, e per quello abbiamo sistemi che forse sarebbe il caso di usare più e meglio. Detto questo, sono d'accordo che "diffondere tecnologie distribute e distribuire la conoscenze tecnologiche" male non può fare, tenendo ben presente che la maggior parte delle persone sono - legittimamente - poco interessate a dedicare il 90% del loro tempo a far funzionare un calendario condiviso. A presto, Andrea