Lavorando in un Ente Pubblico capisco perfenttamente i problemi di bilancio e la tentazione che suscita quindi un'offerta di un servizio migliore a costo basso o nullo. Tuttavia si rischia di vendere la primogenitura per un piatto di lenticchie, soprattutto in considerazione di quanto ci dice Luciano, che ritengo il punto chiave della questione, ovvero che molti spesso non si rendono conto dei pericoli e delle implicazioni. Certamente il 99% del traffico mail universitario riguarderà appunti scambiati fra studenti, commenti sui prof, voti e sessioni d'esame che non danno alcun vantaggio a chi eventualmente se ne appropri. Ma il restante 1% (naturalmente i numeri sono di fantasia per esprimere il mio pensiero, non ho statistiche in proposito) riguarda consulenze, start-up. brevetti, ricerche. Se tutti fossero consapevoli dei rischi, si potrebbe anche accettare una mail gratuita, criptando il materiale sensibile o istituendo una mail specifica per materiale sensibile, che a quel punto sarebbe poco usata e quindi meno impegnativa economicamente. Ma quanti avrebbero quest'attenzione? E se l'avesso tutti, Google continuerebbe a regalare il servizio? Buona domenica a tutti Diego Date: Sun, 6 Jul 2014 11:59:35 +0200 From: ugo.pagallo@unito.it To: luciano.paccagnella@unito.it CC: nexa@server-nexa.polito.it Subject: Re: [nexa] migrazione ateni italiani su gmail Cari Nexiani, ho letto solo oggi, domenica, con la dovuta calma, le email sulla googlizzazione della posta d’Ateneo e le relative preoccupazioni sulla privacy, magari con problemi di spionaggio elettronico, industriale e quant’altro, che consigliano di sensibilizzare i parlamenti (suppongo a partire da quello italiano). Personalmente, evito di presentare le questioni come una lotta del bene contro il male e, se possibile, avendo a mente tutti gli aspetti del problema. Fin d’ora, nel dibattito, mi sembra siano mancati due ingredienti essenziali: 1. 1. La posta d’Ateneo (Unito, in questo caso) semplicemente non funzionava, come sa chiunque se ne sia avvalso negli ultimi dieci anni. Già in tanti negli anni scorsi hanno preferito ricorrere ad altri servizi proprio per evitare il sistematico blocco delle comunicazioni per le ragioni più varie e, secondo i dettami della “legge di Murphy”, proprio quando si doveva mandare una email urgentissima. Di qui, onestamente, che l’alternativa non sia mai stata tra un bel servizio pubblico e amichevole vs le sanguisughe del mercato. Al contrario, essendo in Italia, realisticamente l’alternativa era (ed è) tra un bel servizio pubblico e amichevole, ma del tutto inefficiente, e l’affidarsi a una società privata con tutte le conseguenze del caso. Messa in questi termini, possiamo cominciare a discutere dei problemi (giustamente) sollevati da alcuni Nexiani sulle condizioni del servizio, l’ottemperanza alle regole europee da parte di attori extra-comunitari, ecc. Questo tuttavia conduce al secondo ingrediente dell’analisi che fin qui è mancato. 2. 2. L'università italiana non ha soldi neanche per comprare i libri della biblioteca, figurarsi per restituirci un servizio di posta elettronica efficiente (oltre a restituire i soldi del 2011-2012-2013 al personale docente). In altri termini, dovremmo presentare un’interpellanza allo stesso Parlamento (italiano) che ci ha regalato la perla dell’art. 29 c. 19 legge 30.12.2010 n. 240 e che ora blatera di premiare i professori migliori e più produttivi, senza la minima idea di che cosa si stia occupando e, anzi, passando il cerino ai singoli atenei? Riportata alla dura realtà, i problemi fin qui discussi in lista, dunque, esistono ma vanno collocati in un quadro più ampio, sconsolante e tragico. Per quanto riguarda la googlizzazione della posta d’Ateneo basta far rispettare le regole del gioco che pur esistono e sono abbondanti. Ma, chiedere al Parlamento come mai siamo arrivati a questo punto, non è tragedia, è farsa. Ciao, u.p. Il giorno 06 luglio 2014 01:07, Luciano Paccagnella <luciano.paccagnella@unito.it> ha scritto: Nel caso della mia università (ma sospetto sia così un po' ovunque), da quanto ho capito chi ha deciso ha potuto farlo in totale autonomia, limitandosi a comunicare al consiglio di amministrazione (nemmeno al senato accademico) una decisione presentata come puramente tecnica: "finora abbiamo speso 100k euro, adesso possiamo avere gratis tutto e meglio." Il secondo problema è che il corpo docente, sia pure non interpellato in sede di valutazione della questione, a parte qualche eccezione non sembra essersi reso conto del problema nemmeno quando, a decisione presa, ne è stato informato. Luciano -- Dipartimento di Culture, Politica e Società Università di Torino http://www.didattica-cps.unito.it/do/docenti.pl/Show?_id=lpaccagn Il giorno sab, 05/07/2014 alle 17.16 +0200, Francesco Nachira ha scritto:
Questa sembra essere una tendenza globale: Google sta convincendo gli
amministratori delle mail degli atenei in Europa, a migrare la
gestione dell'e-mail, in precedenza gestita dai servizi di ateneo, su
google mail.
es. http://www.bristol.ac.uk/it-services/advice/mobile/migrate/
Alcune università hanno accettato la migrazione solo per gli studenti;
altre anche per lo staff accademico.
Questi accordi - immagino - prevedono anche la migrazione anche dei
contenuti del passato, e limitate garanzie che impediscano al gestore
di fare una analisi delle e-mail .
I raffinati strumenti in possesso di Google per l'analisi del testo e
delle reti sociali (ossia in questo caso dei corrispondenti delle
e-mail) possono estrarre dalle e-mail dati cruciali e di enorme
valore. Informazioni quali il profilo dettagliato, delle attività di
ricerca; delle aree di interesse e di competenza dei membri delllo
staff; dei loro contatti e relazioni (pensiamo a quanto sia rilevante
nel contesto della formazione di progetti o di gruppi di ricerca), il
valore dell'individuo.
Pensiamo solo quanto queste informazioni siano rilevanti per una
eventuale università/società (in genere privata) interressata a
acquisire specifiche competenze, strappando queste competenze dagli
atenei / istituti di ricerca dove queste competenze si sono
sviluppate.
L'affidare la gestione di queste informazioni a quelli che stanno
diventando gli oligopolisti dei settori postindustriali dell'economia
del XXI secolo [1] , contribuisce a rafforzare la loro posizione di
oligopolio, ed è sintomo di una rinuncia ad ogni indipendenza e
sovranità tecnologica da parte dell'Europa. Consideriamo che abbiamo
scoperto che questi oligopolisti (quasi esclusivamente situati negli
USA) spesso passano queste informazioni ai servizi USA.
Concordo con Stefano Quintarelli, sarebbe opportuno preparare una
bozza di interrogazione. Interrogazione da presentare (una volta
adattate alle culture, lingue e modalità locali di
interpellanza/interrogazione) al Parlamento Europeo e ai Parlamenti
Nazionali ; alcuni parlamenti - dopo l'"affaire" NSA - sono
particolarmente sensibili al tema.
Francesco Nachira
[1] vedi anche introduzione al seminario W3C " Internet Identity
Ecosystem - The evolution of the Internet: Towards a common or capture
and surveillance of collective intelligence? "
On 03/07/14 17:01, Stefano Quintarelli wrote:
qualcuno mi butta giu' una bozza di interpellanza urgente al
ministro dell'universita' che la presento al volissimo ?
sono *serio*
pls. scrivetemi direttamente...
On 03/07/14 15:12, Luciano Paccagnella wrote:
Cari nexiani, come qualcuno di voi sicuramente già sa, diversi atenei
italiani -- tra cui l'Università di Torino -- stanno dismettendo i
propri sistemi di gestione della mail istituzionale, per aderire
all'offerta educational di Gmail.
Allego di seguito alcune mie considerazioni sulla questione espresse in
sede di Consiglio del mio dipartimento, che ritengo possano interessare
questa lista.
grazie per eventuali commenti.
Luciano
Il giorno 19 giugno 2014 i membri del Dipartimento di Culture, Politica
e Società dell'Università di Torino hanno ricevuto una strana mail, con
subject "Migrazione Account Gmail", proveniente da un indirizzo finora
sconosciuto. Il testo della mail informava brevemente che "il tuo
account personale di posta elettronica a partire dalle ore 9 di
mercoledì 25 giugno verrà migrato sul nuovo servizio di posta
elettronica di Ateneo. Si precisa inoltre che al primo accesso nel nuovo
account è necessario accettare le condizioni di contratto". Lo stesso
messaggio sta giungendo, scaglionato nelle tempistiche a seconda dei
dipartimenti di afferenza, a tutto il personale dell'ateneo torinese.
La struttura del messaggio presenta alcuni elementi tipici del fishing
(ovvero le mail-truffa), tra cui un singolo riferimento nel subject a
Gmail (il noto servizio di mail dell'azienda americana Google) di cui
però non si dice nulla nel testo del messaggio, un cenno a una
fantomatica "migrazione", ma nessun dettaglio concreto che possa far
pensare davvero alla modifica di un servizio essenziale come la posta
elettronica istituzionale di ateneo. Ho quindi archiviato il messaggio
come spazzatura, o come uno scherzo, o come qualcosa che se si fosse
dimostrato autentico sarebbe stato dignitosamente ripreso, illustrato e
discusso con mail successive.
Alcuni giorni dopo ho scoperto che non si tratta di uno scherzo.
L'Università di Torino, uno dei maggiori atenei italiani, sta davvero
chiudendo il proprio servizio di posta elettronica istituzionale e,
attraverso un accordo con Google, si affiderà d'ora in avanti a Gmail.
A quanto pare, il servizio offerto gratuitamente da Google farà
risparmiare 100.000 euro all'anno di gestione della posta elettronica
per i 450.000 utenti del dominio unito.it e offrirà alcune funzionalità
avanzate. Gli utenti vengono rassicurati che i vecchi messaggi non
andranno persi e anzi aumenterà lo spazio a disposizione.
Francamente, non sono queste le rassicurazioni che desidero. Piuttosto
mi chiedo:
* è possibile visionare preventivamente le "condizioni di contratto" che
"è necessario accettare al primo accesso nel nuovo account"? o bisogna
"accettare" a scatola chiusa?
* è possibile rifiutare di accettare queste condizioni? o accettarne
solo alcune e negoziarne altre?
* dal momento che l'università di Torino non ha più un proprio servizio
di mail, cosa succede se un docente (che ha bisogno della posta
elettronica per svolgere il suo lavoro) non accetta il contratto con
Google?
* quali garanzie ci sono sul tipo di utilizzo che eventualmente Google
potrà fare del contenuto dei messaggi, in particolare in presenza di
dati sensibili?
* dove risiederanno fisicamente i server su cui verranno archiviati i
dati? a quale legislazione faranno riferimento?
* quali garanzie ci sono circa l'eventualità che il servizio offerto
oggi gratuitamente da Google, diventi domani a pagamento? o circa
l'eventualità che Google cambi unilateralmente le condizioni di
contratto attuali?
* sono stati valutati i costi di uscita dall'adesione al servizio Gmail?
a quali condizioni economiche, tecnologiche e di formazione del
personale sarà possibile in futuro valutare l'adesione a servizi
concorrenti, oppure un ritorno a un servizio gestito autonomamente?
* se è vero che l'Università di Torino ha speso finora 100.000 euro
all'anno per la sola gestione del servizio di posta elettronica, come è
stato calcolato questo costo?
* la decisione, da parte di un'istituzione pubblica, di dismettere il
proprio servizio di posta elettronica e affidarsi a quello offerto da
un'azienda privata è carica di implicazioni tecnologiche, sociali,
politiche, economiche e giuridiche. Sono molti i docenti del nostro
ateneo che si occupano di questi temi: qualcuno di loro è stato
consultato?
* chi si è fatto carico di questa decisione, quando, e in quale sede?
Spero che almeno alcune di queste domande possano trovare una risposta.
Luciano Paccagnella
Professore Associato di Sociologia dei processi culturali
Dipartimento di Culture, Politica e Società
Università di Torino
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