Caro Giacomo, provo a controproporre a te a e a Nexa una domanda. E' vero che non c'è democrazia senza conoscenza della lingua. Di più: comanda chi conosce più parole e la democrazia esige perciò, come scrive Zagrebelsky, una certa uguaglianza nella distribuzione delle parole. Ma non è necessario che tutti siano esperti giuristi. Oppure sì? Il diritto protegge i diritti di tutti, compresi quelli delle persone che non siano in grado di decifrare un testo normativo (anche se mi vengono subito in mente Renzo e il latinorum di don Abbondio). Il codice (informatico) è lingua e, al tempo stesso, legge. Ci preoccupiamo, scriveva Lawrence Lessig oltre due decenni fa, di difenderci dallo stato e dal mercato, ma non dal codice informatico, la cui architettura può abilitare o disabilitare le nostre libertà, proteggere la privacy o promuovere il controllo. Se però il diritto dicesse che i miei dati sono miei - proseguiva - rubarmeli sarebbe un furto. Il codice informatico è inevitabilmente un elemento di regolazione delle nostre vite. La legge giuridica può, e dovrebbe, intervenire a proteggerci da quelle configurazioni del codice informatico che violano i nostri diritti. Ritieni che la distinzione tra codice come lingua e codice come legge sia pertinente, quando parli della cittadinanza? Può bastare essere alfabetizzati o occorre essere "giuristi esperti", in grado di analizzare un software e comprendere come stia effettivamente regolando la nostra vita? Non dovrebbe essere, questo secondo, il compito del potere giudiziario, una volta che la legge abbia provveduto a vietare al codice informatico di violare i nostri diritti? Scusami per questa formulazione così approssimativa. Sulla cittadinanza cibernetica, segnalo un articolo che la assimila alla condizione in cui - l’interazione tra cittadini e istituzioni è informatizzata (soggetta a calcolo); - lo standard del «buon» cittadino è determinato da metriche quantificate; - in termini temporali, la cittadinanza diventa un processo; - la misurazione delle metriche può essere correlata a premi e punizioni (che generano disuguaglianze e gerarchie). - l’identità stessa dei cittadini è definita dalle metriche; - si ha un primato dei fini sui diritti (non una complementarietà); - si ha un primato del processo sullo status, che diventa condizionato e contingente (logica dei prezzi personalizzati), per cui lo status giuridico esce dalla sfera giuridica W. Reijers, L. Orgad, P. De Filippi, The Rise of Cybernetic Citizenship, «Citizenship Studies», 2022, https://ssrn.com/abstract=4100884 Un caro saluto, Daniela ________________________________ Da: Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> Inviato: lunedì 19 dicembre 2022 22:25 A: Daniela Tafani Cc: Antonio; nexa@server-nexa.polito.it Oggetto: Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale": Salve Daniela, le tue considerazioni mi fanno sorgere una domanda per te e Nexa. In una democrazia (o quanto meno nella nostra democrazia, stando all'articolo 1 della Costituzione) è cittadino colui che partecipa alla determinazione delle regole che governano la società cui appartiene. Questa partecipazione ha diverse forme che vengono espresse attraverso diversi diritti che la società deve riconoscere a ciascun cittadino, per potersi definire democratica. Fra questi: - diritto/libertà di voto (attivo e passivo) - diritto/libertà di espressione - diritto/libertà di associazione - diritto alla riservatezza / libertà nella propria vita privata etc... La restrizione di questi diritti / libertà (per un cittadino) può avvenire solo in condizioni eccezionali a fronte di gravi danni perpetrati dal cittadino ad altri cittadini. Questo perché questi diritti/libertà individuali hanno una funzione sociale fondamentale: mantenere democratica la società stessa, garantendo ad ogni cittadino dello stato la possibilità di agire efficacemente sulle Leggi cui è sottoposto. E non parliamo solo del diritto alla partecipazione elettorale (come elettore o come candidato): anche la libertà di espressione è fondamentale per alimentare un dibattito pubblico che porti alla creazione di norme adeguate; anche la libertà di associazione è necessaria per unire le persone che condividono ideali o interessi; anche la riservatezza è necessaria per non subire influenze indebite nell'elaborazione di nuove idee... e così via. Tant'è che, di fatto, chi non esercita questi diritti e queste libertà, cessa (almeno temporaneamente) di agire come un cittadino. Dal che si potrebbe dedurre che i diritti funzionali al mantenimento della democrazia sono anche doveri: il popolo sovrano DEVE esercitare la propria sovranità. Se viola tale dovere, la pena è perderne il diritto. Fatta questa lunga (e probabilmente inutile) premessa, ecco la mia domanda. In una società cibernetica la cui evoluzione è determinata per la stragrande maggioranza dalle regole impresse negli automatismi che la popolano (molto più numerosi delle persone), è possibile definire "cittadino" chi non ha concretamente modo di modificare tali automatismi o crearne di nuovi? Chi non comprende affatto come funzionano, può essere definito "cittadino" se anche gli vengono garantiti i diritti / doveri che tu elencavi? Supponi che domani tutta l'informatica diventi servizio pubblico. Ai cittadini viene garantito, giurin giuretto, che tutti i software prodotti garantiscono i diritti che hai elencato. MA pochissime persone hanno le competenze, il tempo o il diritto di analizzare (supponi a causa del copyright o simili leggi oscuantiste) cosa quel software effettivamente FA. Solo quelle pochissime persone (supponi, parte di un Ordine) hanno il diritto o comunque la possibilità di scrivere e distribuire software. Potremmo dire che tale società cibernetica sia democratica? Personalmente direi: assolutamente no! Prerequisito per una vera democrazia cibernetica è la partecipazione di tutti i cittadini alla determinazione delle regole che determinano l'evoluzione della società nel tempo. Se queste regole sono scritte in leggi, questo significa garantire a tutti i cittadini il diritto/dovere di saper leggere e scrivere per fare Politica. Se queste regole sono scritte, nella stragrande maggioranza, in software allora tutti i cittadini dovranno essere messi in condizione di programmare e debuggare per fare Politica. Altrimenti saranno costretti a subire la società cibernetica costruita per la stragrande maggioranza da altri, senza poterne prevedere l'evoluzione o concepire alternative... in sintesi senza poterla in alcun modo influenzare. Dove sbaglio? Giacomo On Mon, 19 Dec 2022 12:29:04 +0000 Daniela Tafani wrote:
Buongiorno.
Credo i doveri del "cittadino digitale" siano ricavabili dalle capacità che l'educazione alla cittadinanza digitale dovrebbe promuovere,
secondo quanto previsto dalla legge 92 del 2019, art. 5, comma 2, che copio di seguito
(sorvolando sulla stravaganza della pretesa che una simile educazione possa darsi,
quando i luoghi in cui adempiere ai doveri della cittadinanza digitale sono piattaforme private con prerogative statali, in cui si è sudditi, anziché cittadini, e in cui chiunque può vedersi privato, ad esempio, del diritto di parola o dell'identità digitale, in base a regole misteriose e sentenze inappellabili).
a) analizzare, confrontare e valutare criticamente la credibilita' e l'affidabilita' delle fonti di dati, informazioni e contenuti digitali; b) interagire attraverso varie tecnologie digitali e individuare i mezzi e le forme di comunicazione digitali appropriati per un determinato contesto; c) informarsi e partecipare al dibattito pubblico attraverso l'utilizzo di servizi digitali pubblici e privati; ricercare opportunita' di crescita personale e di cittadinanza partecipativa attraverso adeguate tecnologie digitali; d) conoscere le norme comportamentali da osservare nell'ambito dell'utilizzo delle tecnologie digitali e dell'interazione in ambienti digitali, adattare le strategie di comunicazione al pubblico specifico ed essere consapevoli della diversita' culturale e generazionale negli ambienti digitali; e) creare e gestire l'identita' digitale, essere in grado di proteggere la propria reputazione, gestire e tutelare i dati che si producono attraverso diversi strumenti digitali, ambienti e servizi, rispettare i dati e le identita' altrui; utilizzare e condividere informazioni personali identificabili proteggendo se stessi e gli altri; f) conoscere le politiche sulla tutela della riservatezza applicate dai servizi digitali relativamente all'uso dei dati personali; g) essere in grado di evitare, usando tecnologie digitali, rischi per la salute e minacce al proprio benessere fisico e psicologico; essere in grado di proteggere se' e gli altri da eventuali pericoli in ambienti digitali; essere consapevoli di come le tecnologie digitali possono influire sul benessere psicofisico e sull'inclusione sociale, con particolare attenzione ai comportamenti riconducibili al bullismo e al cyberbullismo.
Un saluto, Daniela
________________________________ Da: nexa <nexa-bounces@server-nexa.polito.it> per conto di Antonio <antonio@piumarossa.it> Inviato: lunedì 19 dicembre 2022 13:14 A: nexa@server-nexa.polito.it Oggetto: Re: [nexa] Dichiarazione europea sui diritti e i principi digitali per il decennio digitale":
ho una domanda per i giuristi: come nascono i doveri? Ormai sui diritti, nuovi o riaggiornati per il digitale, c'è parecchio, ma c'è anche qualche "dovere digitale" ufficiale? Immagino che un dovere non sia equivalente ad una sanzione per un diritto non rispettato, quindi cos'è un dovere e come si può lavorare a far nascere doveri digitali? Dovere o obbligo?
Ad esempio il Codice dell'amministrazione digitale (CAD) è un corpus di disposizioni nato per stabilire il /diritto/ di cittadini e imprese a relazionarsi con la PA attraverso le tecnologie digitali. Il /dovere/ di dotarsi degli strumenti per consentire ai cittadini di esercitare questo diritto è in capo alle amministrazioni pubbliche.
Se per dovere intendiamo obbligo, allora bisogna consultare le norme.
Prendiamo sempre il CAD [1] L'art.3-bis recita: "Chiunque ha il diritto di accedere ai servizi on-line [...] tramite la propria identità digitale" e continua con "I soggetti di cui all'articolo 2, comma 2, i professionisti tenuti all'iscrizione in albi ed elenchi e i soggetti tenuti all'iscrizione nel registro delle imprese hanno l'obbligo di dotarsi di un domicilio digitale"
L'art. 32 stabilisce gli obblighi del titolare di firma elettronica qualificata L'art. 43 gli obblighi di conservazione ed esibizione dei documenti
Se, per finire, parliamo di "doveri del cittadino digitale", credo non siano codificati da nessuna parte. Tutt'al più possiamo ricondurli nell'alveo dell'uso responsabile della rete, nel rispetto dell'identità digitale altrui, ecc.
Nel 2019 l’Università degli Studi di Milano, il CORECOM (Comitato regionale per le comunicazioni) della Lombardia e l’Ordine degli Avvocati di Milano hanno elaborato un decalogo per diffondere un uso responsabile delle tecnologie, non ho trovato il documento in rete ma qui [2] il prof. Ziccardi ne tratta i punti salienti.
A.
[1] https://es.sonicurlprotection-fra.com/click?PV=2&MSGID=202212191214570606295... [2] https://es.sonicurlprotection-fra.com/click?PV=2&MSGID=202212191214570606295...
_______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://es.sonicurlprotection-fra.com/click?PV=2&MSGID=202212191214570606295...