Da quello che capisco, Bender adotta la teoria di Grice (Meaning, 1957 – notate l'anno) dove appunto al segno ’non-naturale’ si annette l’”intenzione comunicativa”. La definizione griceana richiede tre condizioni: il locutore intende produrre un effetto nel ricevente, intende che il ricevente riconosca questa intenzione, e intende che questo riconoscimento sia parte del motivo per cui s’è presa la parola. Grice non dice però che le intenzioni debbano essere biologiche, coscienti, o fondate in esperienze soggettive. Nulla esclude gli automi in linea di principio. Siamo nel 1957: sarà un caso? (Lo dico a beneficio dei complottisti)

Per arrivare a escludere le macchine bisogna attendere il Searle degli anni ‘80, il quale sostiene la tesi del fondamento biologico della c.d. ‘intenzionalità intrinseca’. A questa tesi notoriamente si oppose Dennett eccetera, eccetera: stiamo facendo una discussione vecchia di mezzo secolo. Perché? Forse perché oggi abbiamo delle nuove evidenze, cari scienziati?

Ma tutto questo riguarda la linea di principio. Oggi sappiamo ben distinguere de iure e de facto tra un essere umano e un automa. Ecco: io suggerirei di fermarci all’oggi, che del domani, diceva quello, non v’è certezza.

Buona domenica,
Guido




Il giorno 16 mag 2026, alle ore 22:45, Giacomo Tesio via nexa <nexa@server-nexa.polito.it> ha scritto:

Ti prego, non ti limitare a ciò che il povero Puliafito ha capito degli
articoli della Bender e rigurgitato su facebook.

Una rapida lettura dell'articolo scritto con Koller nel 2020 [1] ti
rivelerà che la definizione formale di "significato" fornita nel
paragrafo 3.1 è molto più raffinata:

"""
We take meaning to be the relation M ⊆ E × I which contains pairs 
(e, i) of natural language expressions e and the communicative intents i
they can be used to evoke. Given this definition of meaning, we can now
use understand to refer to the process of retrieving i given e.
"""

Il malinteso che la Bender sottolinea nell'articolo di qualche giorno fa
è relativo alla definizione _informale_, di poche righe precedente:

"""
We take meaning to be the relation between the form and
something external to language...
"""

Tale definizione informale è effettivamente vaga, a causa di quel
"something" cui i fanboy della "intelligenza artificale" si aggrappano
per farci rientrare tecniche di programmazione statistica come la
"Contrastive Language-Image Pre-training", in cui due "reti neurali
artificiali" vengono programmate parallelamente per produrre in output
vettori prossimi a fronte di ciascuna coppia di immagine/descrizione.
[2]

Ora è vero che in qualche modo, a valle di una CLIP otteniamo una
mappatura fra un testo e _qualcosa_ fuori dal linguaggio (ovvero una
compressione con perdita delle immagini corrispondenti) ma questo non è
significato secondo la definizione di Bender e Keller perché, se ci
limitiamo a considerare il software che lo calcola, manca un qualsiasi
intento comunicativo. [7]


L'intenzionalità comunicativa è un interessantissimo proxy per la
definizione di informazione come esperienza soggettiva di pensiero
comunicabile. Ha di buono che chiarisce la centralità del mittente
nella definizione del significato che i riceventi si sforzano di
ricostruire interpretando il messaggio espresso.
Tuttavia l'intenzionalità comunicativa viene meno quando, ad esempio, 
il discorso è tutto interiore: quando usiamo il linguaggio nella
nostra mente per pensare (ovvero elaborare le nostre esperienze
soggettive).

Analogamente (ed in modo piuttosto ovvio) il riferimento alla realtà
condivisa nell'articolo in questione [3] è un proxy per le esperienze
condivise da mittente e ricevente.

La realtà è irrilevante per la definizione di un significato: è solo
necessario un insieme di esperienze condivise fra gli interlocutori.
Esperienze che includono il linguaggio dello scambio, ovviamente.

Se ci scrivessi che l'attuale re della Francia è calvo, intenderesti che
l'attuale re della Francia è calvo.
Non hai bisogno di conoscere il re di Francia per esprimere tale
significato: è sufficiente che la tua mente includa esperienze
soggettive di pensiero comunicabile come:
- "re", "attuale", "essere", "calvo"
- la lingua italiana
- l'assunzione che gli altri membri della lista dispongano di
 esperienze sufficienti simili
- l'assunzione che gli altri membri della lista sappiano interpretare
 la lingua italiana

Non è la realtà fisica ad essere rilevante in sé (analogamente a come
non è il corpo umano ad essere rilevante in sé) bensì la condivisione
di sufficienti esperienze soggettive di pensiero comunicabile fra gli
interlocutori a guidare il mittente nella selezione dei termini da
utilizzare per esprimere il messaggio.

La realtà (e la struttura dei corpi) che condividiamo sono poi veicoli
concretamente imprescindibili per acquisire esperienze soggettive di
pensiero comunicabile (per la gioia di Stefano e Enrico... :-)
sufficientemente simili da permetterci di sincronizzare le nostre menti
tramite il linguaggio.

In questo senso, il significato di molti testi è basato sul mondo
che i mittenti condividono con i destinatari.
Ma ciò non significa in alcun modo che gli autori non possano ad
esempio descrivere la teoria delle stringhe [4], assumendo una
sufficiente comprensione della matematica negli interlocutori.