Personalmente ho una visione del tutto diversa dell’evoluzione dell’informatica per come l’ho vissuta e snche per gli scambi che ho avuto con Stefano Rodotà.
L’informatica moderna nasce da un movimento underground di persone le cui radici erano nei movimenti di emancipazione e controcultura. Persone che volevano fare da sé scambiandosi esperienze e risultati. Lo scambio avveniva nei computer club
o attraverso il Whole Earth Catalog.
Ero in America a quel tempo e seguivo quelle esperienze perché volevo riprodurre il Personal Computer, che Alan Kay era venuto a presentare a Pisa nel 1973.
L’obiettivo di Kay era di costruire uno strumento generale che aumentasse le facoltà umane e in particolare quelle creative e che potesse essere usato anche da bambini, per l’apprendimento e l’espressione.
Quel tipo di computer, da mettere nelle mani di tutti, era l’opposto dei mainframe centrali dell’epoca e preludeva a una vera rivoluzione digitale che abbiamo vissuto. L’opposto del computer centrale di Orwell 1984, tanto è vero che il Mac fu
presentato in un celebre spot proprio come l’antitesi del mondo orwellinano.
Serviva un microprocessore da 32 bit con memoria virtuale e un’architettura di memoria speciale per la grafica (il frame buffer) e per la rete.
Ci vollero fino al 1981 col Motorola 68020 e con le schede grafiche perché diventasse possibile. Prima, ad esempio il Lisa, con cui Steve Jobs aveva cercato di imitare l’Alto di Kay, senza frame buffer le macchine erano troppo lente perché la
grafica doveva rubare cicli alla CPU.
Nel 1981 organizzammo una conferenza a Capri proprio sulle workstation grafiche, a cui invitammo Rodotà, ma non mi pare che colse la portata rivoluzionaria della tecnologia.
Qualche anno dopo, nel 1996, con l’associazione La Città Invisibile lanciammo una campagna per favorire la diffusione di internet e organizzammo un convegno a Roma per illustrare l’iniziativa, a cui partecipò Rodotà.
Rodotà ascoltò con attenzione e alla fine si disinteressò al tema del convegno, mentre espresse curiosità per l’associazione stessa, che gli parve un fenomeno nuovo di organizzazione attraverso la rete. Tipico caso di dito e luna.
Qualche tempo dopo, lanciammo un appello per fare diventare l’accesso a Internet un diritto universale.
Rodotà si dimostrò scettico, dicendo che esisteva già il diritto di espressione e che Internet non era una cosa essenziale per l’umanità.
Fu con mia sorpresa che nel 2014 Rodotà si fece promotore di una Carta dei diritti di Internet, che considerava l’accesso come un diritto fondamentale della persona:
Qualche anno dopo organizzammo un incontro a Pisa sui diritti digitali con Ainis e Rodotà, a quel tempo Garante dei dati personali. A margine gli parlai di un nostro progetto di machine learning per cui ci servivano dati sanitari che non riuscivamo
a ottenere e gli chiesi se non si potesse intervenire sulle norme per rendere più agevole l’accesso ai dati per fini di ricerca scientifica. Lui mi disse di rivolgermi ad Ainis.
Ho quindi avuto sempre molta stima e rispetto per Stefano Rodotà e apprezzamento per le sue battaglie per i diritti delle persone.
Ma l’unica cosa che non gli ascriverei è la qualifica di visionario.
—
PS
Nel 1981 invitai Fernando Flores a Pisa a raccontare la sua esperienza col governo Allende e il suo modello di attività aziendale basata su atti di comunizione.
On 24 Nov 2024, at 20:57, nexa-request@server-nexa.polito.it wrote:
Date: Sun, 24 Nov 2024 17:13:10 +0100
From: "J.C. DE MARTIN" <juancarlos.demartin@polito.it>
To: Nexa <nexa@server-nexa.polito.it>
Subject: [nexa] "Tecnologia, Democrazia e controllo sociale: da
Rodotà all'era dellAI"
Tecnologia, Democrazia e controllo sociale: da Rodotà all'era dellAI
Giando
Quando nel 1973 Stefano Rodotà pubblicava "Elaboratori elettronici e
controllo sociale", il mondo stava attraversando una fase cruciale nella
storia delle tecnologie dell'informazione. Quello stesso anno, il golpe
cileno non solo rovesciava il governo democratico di Salvador Allende,
ma segnava simbolicamente la fine di un approccio alternativo
all'informatica, incarnato dal progetto Cybersyn. Il libro di Rodotà,
riletto oggi alla luce di questi eventi e degli sviluppi successivi, si
rivela straordinariamente profetico nelle sue analisi e ancora attuale
nelle sue proposte.
La tesi centrale del libro è che gli elaboratori elettronici non sono
strumenti neutrali, ma incorporano visioni politiche e possono essere
utilizzati sia per il controllo sociale che per l'empowerment
democratico. Come scrive Rodotà: /"Non è pensabile una impostazione che
tenda a semplificare il rapporto tra impiego degli elaboratori e tutela
della sfera privata, ignorando le diversità appena ricordate e
proponendo un quadro istituzionale unitario"/. Questa intuizione trova
conferma nella ricostruzione storica proposta dal professor Andrea
Cerroni a un recente seminario del centro NEXA del Politecnico di
Torino, che evidenzia la profonda divergenza tra due scuole di pensiero:
la cibernetica di Norbert Wiener e l'intelligenza artificiale di von
Neumann.
[...]
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https://www.ideesottosopra.org/post/tecnologia-democrazia-e-controllo-sociale-da-rodot%C3%A0-all-era-dellai