Ho appena ricevuto e letto questo interessante articolo.
Lo trovo "interessante", non perché descriva l'impiego di tecnologie innovative oppure citi un approccio di comunicazione, in ambito PA, particolarmente innovatore. Di fatto, se guardato asetticamente con gli occhi di un tecnologo, l'articolo non ha _NULLA_ di interessante.
Ma se guardato con gli occhi di chi frequenta questa lista, ossia di qualcuno che ha contezza dei retroscena indotti dall'uso di certe tecnologie (mi riferisco a WhatsApp), specie se in ambito P.A., allora il discorso cambia.
E cambia, perché rende evidente quella distanza siderale che esiste (...ed è in via di costante ampliamento) fra:
Ora la domanda è: posto che a me, lo scenario tecnologico di Arezzo mi fa venire il bruciore allo stomaco, cosa avrebbero dovuto fare? Cosa avrebbero POTUTO fare? E perché non l'hanno fatto?
È questa la discussione che trovo interessante.... perché temo
che emergerà --ahimé-- che il caso di Arezzo è stato, di fatto,
una scelta "obbligata", e che non sia possibile fare diversamente
:-(
Un saluto,
DV
P.S.: a scanso di equivoci, lascio agli atti degli archivi della
mailing-list il fatto che non ho _NULLA_, assolutamente _NULLA_,
contro i funzionari di Arezzo. Il punto della mia discussione
vuole andare (molto) oltre la questione, quasi "spicciola", di
Arezzo....
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Damiano Verzulli
e-mail: damiano@verzulli.it
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possible?ok:while(!possible){open_mindedness++}
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"...I realized that free software would not generate the kind of
income that was needed. Maybe in USA or Europe, you may be able
to get a well paying job as a free software developer, but not
here [in Africa]..." -- Guido Sohne - 1973-2008
http://ole.kenic.or.ke/pipermail/skunkworks/2008-April/005989.html