È complicato rispondere puntuale te a un messaggio cosi lungo, ma ci sono molte questioni sottili da chiarire, anche se in larga misura ci troviamo d’accordo.
On 6 Apr 2021, at 16:51, nexa-request@server-nexa.polito.it wrote:
From: Giovanni Biscuolo <giovanni@biscuolo.net <mailto:giovanni@biscuolo.net>> To: Nexa <nexa@server-nexa.polito.it <mailto:nexa@server-nexa.polito.it>> Subject: Re: [nexa] UNIRE... il GARR (era: Re: Sostegno ad UNIRE - testo del DDL) Message-ID: <87eefnptme.fsf@biscuolo.net <mailto:87eefnptme.fsf@biscuolo.net>> Content-Type: text/plain; charset="utf-8"
Buongiorno,
Giuseppe Attardi <attardi@di.unipi.it <mailto:attardi@di.unipi.it>> writes:
[...]
Ci sono però diverse questioni:
[...]
- normativa: al GARR possono accedere solo i soci e non più del 20% di terzi coinvolti in collaborazioni con altri soci, altrimenti si incorre nelle norme anticoncorrenza in cui è inciampato il CINECA.
non voglio entrare nel merito della vicenda CINECA, della quale ho letto ma non conosco approfonditamente, ma in generale trovo singolare che le norme antitrust/anticoncorrenza funzionino così bene per gli enti pubblici al 100% mentre per le aziende private (devo fare nomi?) è ESATTAMENTE l'opposto, ovvero è praticamente impossibile riuscire a "smontare" i monopoli privati, compresi quelli delle concessioni gestite male. Boh?!?
La spiegazione è semplice: i privati fanno causa agli enti pubblici che non rispettano le norme e le vincono.
Per il GARR è stata introdotta una legge apposita, che dichiara l'”unicità della Rete GARR”, e in quanto tale autorizza enti pubblici ad utilizzarla per attività di ricerca e formazione, senza dover ricorrere a un bando di gara.
Beh allora nessuno potrebbe impedire allo stato italiano di dichiarare GARR come fornitore interno di una serie di servizi di rete al quale *dover* ricorrere prioritariamente, senza bando di gara
Non è cosi semplice: devi dimostrare che quel servizio non è offerto da nessun’azienda privata. Inoltre la norma dice che gli enti “possono” non “debbono”.
[...]
Per queste ragioni il mio suggerimento sarebbe di fare entrare UNIRE come socio aderente in GARR, per assicurare un servizio alle scuole basato su un politica e un finanziamento comune.
...e se come socio (unico?) aderente in GARR entrasse _direttamente_ il MIUR? Troppo antico: sa di pseudo-IRI? Troppo "aiuti di stato" allo... stato? Ce lo impedisce l'Europa?
Entrare come soci comporta il pagamento di una quota elevata, proporzionata al valore patrimoniale che il GARR ha accumulato in decenni. E comunque non risolverebbe nulla, perché il servizio è erogato alle università, non al MIUR (MUR, MI?), e poi Min Salute, Min Beni Culturali o altri enti che fanno ricerca. Il CdA del GARR ha discusso per anni sulla questione.
Certo potremmo anche percorrere la strada *esattamente* opposta: far erogare i servizi ai privati sulla base di regole di mercato ferree (interoperabilità, no lock-in, obbligo di fornire i dati in modo tale che eventuali migrazioni vengano via praticamente gratis, ecc.) stabilite dal MIUR per accedervi. Funzionerebbe meglio?
[...]
cultura. La Piattaforma Unica difficilmente può tenere insieme tutte le diversità di cui è composta la scuola e che andrebbero valorizzate invece che appiattite. A questo proposito consiglio UNIRE o DIVIDERE di Stefano Penge: https://www.stefanopenge.it/wp/?p=844 <https://www.stefanopenge.it/wp/?p=844> <https://www.stefanopenge.it/wp/?p=844 <https://www.stefanopenge.it/wp/?p=844>>
Questo è un atteggiamento comprensibile ma pericoloso. La rete unica GARR non sarebbe mai nata, se si dava adito al ragionamento sulle “enormi differenze”.
Sì ma un conto è mettere a disposizione servizi di connettività e di "infrastructure as code" e un'altra cosa fornire un "Moodle di Stato"... quindi tutto sta nel mettersi d'accordo sui cosa significhi "piattaforma", perché la semantica è pericolosamente ambigua.
Per esempio, la piattaforma cloud GARR è una infrastruttura federata, in cui ciascun partecipante può conferire e condividere le proprie risorse con altri. Tra i servizi che offre come DaaS (Deployiment a s a Service), c’è la creazione di istanze Moodle con un click, a disposizione di chi le richiede, che ciascuno amministra liberamente. Non c’è nessun "Moodle di Stato”, ma una piattaforma che consente a ciascuno di creare i propri servizi, in una modalità agevole e amministrata.
Io NON ho idea di quello che hanno in mente Stevano Penge o Giuseppe Attardi quando pensano a "piattaforma" ma se l'idea è quella di avere più o meno un clone di Google Classroom & co. per consentire ai docenti di creare contenuti in modo "facile" per "fare la DaD" allora forse sì che abbiamo un problema di appiattimento.
È come per la rete: nessuno sapeva come sarebbe evoluta 25 anni fa: è stata fatta dalle persone che ci hanno lavorato. 25 anni fa c’era chi obiettava sul farsi una rete quando c’era Telecom con ATMosfera. Siamo ancora convinti che facendola da noi, la sapremmo fare meglio o quanto meno più adatta alle nostre esigenza. Invece di dire quello che NON si vuole, proponiamo ciò che SI vuole.
Avere una rete unica o una piattaforma condivisa (piuttosto che unica) è proprio ciò che consente di investire energie nello sviluppo di attività specifiche, liberando risorse ed energie in attività che possono essere messe a fattore comune.
Condivido pienamente con il caveat di cui sopra sul termine piattaforma e l'aggiunta che per "piattaforma condivisa" si potrebbe anche considerare qualcosa di distribuito e utilizzabile anche “offline”
Certo che sì.
perché disponibile anche localmente, sui propri dispositivi; non c'è bisogno di "webbificare" o "appificare" la conoscenza, anzi! Può essere, anche se l’orientamento è di avere il minimo a bordo, sfruttando il cloud da dispositivi diversi e da posti diversi.
[...]
La preparazione di testi viene invogliata indirettamente, attraverso la filiera editoriale: pubblicare un volume con le lezioni ha un ritorno economico diretto, perché il copyright resta all’autore, e non all’università.
Argh, ancora con 'sto mito del "copyright che resta all'autore”: Il copyright resta all’autore, se è un ricercatore universitario, per una specifica indicazione di legge, che altrimenti resterebbe al datore di lavoro (università). Poi l’autore può cedere la licenza a un editore, in cambio di un compenso. La quota di compenso rispetto al prezzo di copertina è un’altra faccenda.
'mo non ho prove scientifiche da fornirvi, ma AFAIU praticamente nel 99.8% dei casi gli autori - anche dei testi scolastici - trasferiscono il copyright delle opere agli editori in cambio di un compenso, all'interno del quale c'è una certa quota per ogni copia venduta.
Ci sono autori di testi scolastici il lista che hanno voglia di raccontarci quanto sono riusciti a ricavare dai diritti di sfruttamento delle proprie opere? Giusto per avere un'idea dell'entità di questo tipo di incentivi.
Per questo occorre cambiare anche le normative sulla didattica e creare una nuova filiera per la produzione di contenuti interattivi.
Proposte?
Perché IMHO questo tipo di ragionamento dovrebbe andare avanti in parallelo a quello relativo agli strumenti informatici per fare lezione e creare contenuti... ma non vedo un gran dibattito in merito all'editoria scolastica e universitaria intorno a noi.
Secondo me le due faccende si legano: il libro come forma di trasmissione di contenuti e lezioni basate su libri. Se dobbiamo evolvere, debbono evolvere entrambi. Se pensiamo che sia il momento di cambiare, certo che bisogna avanzare proposte. Il mondo cambia e non sta ad aspettare noi. — Beppe
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Saluti, Giovanni
-- Giovanni Biscuolo