certo che sì, Luca! Riguardo al resto, non ha la minima importanza se un'ora di lavoro è "un'integrazione al reddito" oppure no: un'ora di lavoro è un'ora di lavoro ed è sacrosanto che venga compensata dignitosamente. Questo vale per i guidatori di Uber come per i raccoglitori di pomodori, i lavoratori nei call center o chi pulisce camere di albergo. Che siano "indipendenti", consulenti o dipendenti e indipendentemente dal fatto che il datore di lavoro sia una multinazionale di silicon valley, una cooperativa rossa o un Ministero. Da questo punto di vista, non c'è alcuna differenza tra "economia digitale" (un'etichetta che ormai sta giustamente svaporando nel momento in cui il digitale innerva tutta l'economia) ed economia tradizionale. juan carlos On 03/06/16 12:31, Luca De Biase wrote:
ciao a tutti
Un altro argomento da tenere presente è il meccanismo di formazione del prezzo. Una parte ideologicamente favorevole a Uber dice che è un mercato - con il prezzo governato dal gioco della domanda e dell’offerta e non dalle tariffe previste dalle corporazioni dei tassisti - e quindi porta una migliore allocazione delle risorse. Ma chi non è d’accordo osserva che invece Uber influenza la formazione del prezzo per massimizzare il suo profitto: http://thewire.in/2016/04/24/the-visible-hand-of-uber-a-need-for-regulation-... Se quindi il meccanismo di Uber non è governato dalla domanda e dall’offerta, se l’algoritmo di Uber determina il prezzo in modo da massimizzare il profitto della compagnia, allora Uber non rispetta una delle condizioni per cui può generare la migliore allocazione delle risorse. E non si capirebbe perché difendere Uber come un sistema che modernizza il mercato dei trasporti cittadini. In effetti, non farebbe che togliere una rendita ai taxi e darla ai suoi investitori finanziari.
Sta di fatto che un difensore di Uber - investitore nella compagnia - sostiene che l’algoritmo di Uber per la determinazione dei prezzi entra in gioco solo nel 10 per cento delle corse. Quando ci sono picchi di domanda: http://abovethecrowd.com/2014/03/11/a-deeper-look-at-ubers-dynamic-pricing-m...
E secondo questo studio, la maggior parte dei contractors di Uber è contenta perché di fatto usano Uber come integrazione del reddito e non come fonte primaria: https://s3.amazonaws.com/uber-static/comms/PDF/Uber_Driver-Partners_Hall_Kre...
Il caporalato e il "fronte del porto", da una parte. Le corporazioni e il "magna magna" politico dall’altra. La sharing economy doveva essere un’altra cosa. Ma una piattaforma open source che faccia davvero il servizio di mettere in collegamento la domanda e l’offerta di trasporti in una città senza la necessità di un enorme investimento finanziario ma in logica cooperativa non è possibile?
Luca
Il giorno 03/giu/2016, alle ore 10:39, Alberto Cammozzo <ac+nexa@zeromx.net <mailto:ac+nexa@zeromx.net>> ha scritto:
Caro Andrea,
nella sostanza ti hanno già risposto Juan Carlos e Stefano. La questione se i "contractors" siano peers o dipendenti è sub judice (fuori di metafora) in diversi paesi del mondo, inclusi USA (http://uberlawsuit.com/) e UK (http://www.bbc.com/news/business-33699430), oltre ai procedimenti già citati presso ECJ [1]. Parlando di Uber pop, il motivo è che Uber si comporta da datore di lavoro (fissa il prezzo, può licenziare, ecc) ma non offre le garanzie di un datore di lavoro (ferie, assicurazione, malattia, ecc). Come ha notato Stefano la Commissione stessa distingue tra "professional services providers" e "peers": i professionals devono lavorare con le garanzie del lavoratore, che però non ingombreranno i "peers" (quelli autentici, non quelli che sopravvivono nella gig economy).
Per regolare le piattaforme dobbiamo chiederci che mezzi usino, o piuttosto che attività svolgano e con che finalità? Il fatto che si usino nuovi mezzi non deve far dimenticare le ragioni (spesso di giustizia ed equità sociale) per cui alcune attività siano state regolate nel loro svolgimento "tradizionale". Una cosa è il mercatino delle pulci sotto casa, un'altra è il grossista. Anche se entrambe le attività si svolgono via Internet.
La questione è che sotto lo stesso cappello rischiano di finire /almeno/ tre tipi di piattaforme: 1) piattaforma di "collaborative economy" tra peers autentici alla blablacar... 2) piattaforme "digital work marketplace" che mirano a commodificare il lavoro (Upwork.com <http://Upwork.com>, Freelancer.com <http://Freelancer.com>, Fiverr.com <http://Fiverr.com>) 3) piattaforme come Uber che sono accusate (ma sentiamo i giudici) di svolgere attività tradizionali ("mere transport service"), aggirando le regolazioni esistenti in materia di lavoro travestendo i propri dipendenti da "peer".
Una considerazione personale un po' più generale: quello che ci aspettavamo dalla "collaborative economy" era un modello di "peer economy" alla Benkler con la liberazione dell'individuo e delle comunità dagli intermediari, quello a cui invece assistiamo è l'oligopolio delle intermediazioni e lo sfruttamento dei peers. A mio avviso, data la prevalente localizzazione delle piattaforme in US, occorrerebbe preoccuparsi della competitività UE e della salvaguardia del modello di equità sociale europeo più che favorire la dinamica globale e l'efficienza del mercato.
Ciao, Alberto
[1] <http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=170871&pageIn...>, <http://curia.europa.eu/juris/document/document.jsf?text=&docid=173165&pageIn...>
On 03/06/2016 04:00, Andrea Glorioso wrote:
Perché i "contractors" di Uber non sarebbero "peers", precisamente?
Scusa ma non capisco bene la questione che sollevi.
On Thursday, June 2, 2016, Alberto Cammozzo <ac+nexa@zeromx.net <mailto:ac+nexa@zeromx.net> <mailto:ac%2Bnexa@zeromx.net <mailto:2Bnexa@zeromx.net>>> wrote:
Ma la Commissione si riferisce davvero a Uber?
La Commissione definisce la "collaborative economy" come "activities are facilitated by collaborative platforms that create an open marketplace for the temporary usage of goods or services often provided by private individuals" , e i providers sono 'private individuals offering services on an occasional basis (‘peers’) or service providers acting in their professional capacity ("professional services providers");' Ora, nel caso di Uber è assai dubbio che i "contractor" rientrino tra i "peers". Sono diverse le corti che si occupano dela questione , e dovrebbe esserci anche un procedimento spagnolo presso ECJ (anche se non ne trovo traccia su curia.europa.eu <http://curia.europa.eu> <http://curia.europa.eu> ma solo su Reuters): se sia un "mere transport service" o un digital service.
Mi chiedo: cosa fa pensare la stampa che la Commissione considererebbe Uber una "collaborative platform"?
Ciao,
Alberto
On 02/06/2016 14:18, Andrea Glorioso wrote:
Caro Stefano,
Non sono certo di aver capito io cosa non hai capito tu :) ma la "novità" è che la Commissione Europea ha detto agli Stati Membri di darsi una calmata con gli istinti protezionisti e che esiste una cosa chiamata libera concorrenza nel mercato interno...
Personalmente sono d'accordo che non sia una novità che la Commissione Europea ricordi agli Stati Membri che esistono principi e regole, ma per alcuni il concetto non era e non è chiarissimo.
O forse ho capito male io la tua domanda?
Andrea
On Wednesday, June 1, 2016, Stefano Quintarelli <Stefano@quintarelli.it <mailto:Stefano@quintarelli.it> <javascript:;> <mailto:Stefano@quintarelli.it <javascript:;>>> wrote:
Non è che abbia capito quale sia la novità...
Il 1 giugno 2016 11:40:02 Fabio Chiusi <fabiochiusi@yahoo.it <mailto:fabiochiusi@yahoo.it> <javascript:;>> ha scritto:
http://venturebeat.com/2016/05/31/eu-warns-governments-against-banning-uber-...
F.
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