due articoli comparsi ieri sul corriere della sera, davvero una società telefonica si puo' paragonare a un provider come twitter? davvero NON si possono considerare comunicazionI riservate quelle destinate a numeri anche significativi di destinatari? Marina STATI UNITI IL CASO DI UNO SCRITTORE ATTIVO AD OCCUPY WALL STREET APRE UN DIBATTITO SULLA LEGGE, SOCIAL NETWORK E DIRITTO ALLA PRIVACY Se un tweet diventa la prova per una condanna Un giudice: come un urlo alla finestra La società si oppone: messaggi privati IDEE & OPINIONI se il Cinguettio di Twitter va in Tribunale la Responsabilità non è del Social Network Dichiaro volentieri la mia simpatia, umana e politica, per i ragazzi di Occupy Wall Street, nonché il dubbio (del tutto personale e «a pelle») che il reato per cui procede un giudice americano, che vuole accedere ai cinguettii del manifestante Malcolm Harris, possa risultare, in ultima analisi - in barba alla stessa Costituzione Usa - «di opinione» e/o «di manifestazione». Ciò non mi esime tuttavia dal riconoscere, sul piano del diritto positivo, che il magistrato penale ha certamente il potere di ordinare a un social network, così come a un provider, così come a qualsiasi ente in legittimo possesso di dati identificativi di un indagato, di trasmettere tali dati, appunto, all' autorità giudiziaria richiedente. Se una ragazza sia bersagliata da telefonate oscene e denunci il fatto, non può forse il pubblico ministero chiedere alla società telefonica di trasmettergli il numero e quindi i dati del titolare della scheda del cellulare da cui sono partite le telefonate? Anzi, può anche disporre il sequestro di tali dati. Né entra in gioco, nel caso dei social network, il diritto di riservatezza sulle fonti dell' informazione, goduto da giornali e altri media. I social network non sono organi di informazione. Sono «bacheche» in cui i privati «postano» i loro messaggi ad altri privati. Se tali messaggi integrino ovvero rivelino la commissione dei reati, tali privati ne risponderanno personalmente: essi soli, non (salvo i casi di comprovata complicità) i social network o i provider. Nell' esempio fatto sopra, la società telefonica non è certo responsabile per le telefonate oscene dello stalker. Non credo quindi, in conclusione, che vi sia spazio credibile per un rifiuto di Twitter di comunicare al magistrato i dati dell' indagato. La cosidetta «facoltà di non rispondere» riguarda chi è sottoposto a indagini, non il social network. Naturalmente ciò non esclude che l' indagato (e anche il social network) possano a loro volta denunciare il magistrato per abuso d' ufficio, ove dimostrino che quel magistrato in realtà persegua/perseguiti manifestazioni di opinione e/o di manifestazione, la libertà delle quali è costituzionalmente garantita. Associazione Pubblici Cittadini RIPRODUZIONE RISERVATA Ghidini Gustavo Pagina 40 (4 luglio 2012) - Corriere della Sera DAL NOSTRO INVIATO NEW YORK - Scrivere un tweet è come «urlare qualcosa dalla finestra». Niente di privato, tutto pubblico. Quindi utilizzabile in tribunale se l' urlo - il tweet - può essere una prova (a maggior ragione se costituisse un reato). Controversa affermazione. Infatti, il giudice della seconda corte criminale di Manhattan che l' ha fatta, Matthew Sciarrino, ha dato il la a una gran discussione: si tratta di mettere ciò che si scrive su Twitter sullo stesso piano di un manifesto pubblico o di un articolo di giornale, secondo una logica tradizionale, oppure si tratta di essere «moderni» e considerare i social network qualcosa di privato, come una email? Il caso ha origine il 1° ottobre 2011, quando una manifestazione organizzata da Occupy Wall Street bloccò il ponte di Brooklyn: 700 persone furono arrestate. Tra queste Malcom Harris, scrittore di 23 anni, che fu accusato di «condotta turbolenta». Harris si difende dicendo che, in realtà, fu la polizia a spingere i manifestanti sulla carreggiata. L' accusa sostiene invece che le modalità della manifestazione furono preparate in precedenza dal movimento Occupy e per questo ha chiesto a Twitter di produrre in tribunale i messaggi postati da Harris nei giorni precedenti (e successivi), ormai scomparsi dal social media. La società si è opposta sostenendo che le persone che twittano hanno la ragionevole aspettativa di avere la privacy protetta secondo il quarto emendamento della Costituzione, proprio come chi scrive una email. Il giudice Sciarrino ha respinto l' argomentazione: ha ammesso che le interpretazioni legali sulla privacy online sono in evoluzione ma ha negato che chi scrive un tweet possa avere «ragionevoli aspettative» di privatezza. «La Costituzione ti dà il diritto di postare - ha scritto nella sentenza - ma, come numerose persone hanno imparato, i tuoi post pubblici hanno comunque conseguenze. Quello che dai al pubblico appartiene al pubblico. Quello che tieni per te stesso appartiene a te stesso». Risultato, Twitter deve consegnare al tribunale i messaggi scritti da Harris tra il 15 settembre e il 30 dicembre 2011, in particolare (ma non solo) quelli gestiti come @destructuremal. La questione sottolinea un problema serio nell' adeguamento della legge alle nuove tecnologie, area ancora piuttosto grigia. Secondo il professor Orin Kerr, che insegna Legge alla George Washington University, il parere del giudice Sciarrino è giustificato. «È l' equivalente di chiedere a un testimone cosa una persona ha detto - sostiene -. È un semplice spostamento, dal domandare a un testimone a domandare a Twitter: la nuova versione di un vecchio problema». Questo per lo schieramento tradizionalista. L' avvocato di Harris, al contrario, ha definito l' opinione del giudice «non molto Ventunesimo Secolo e con radici nella vecchia legge». Twitter, per parte sua, non si sente affatto un testimone: ha sostenuto di non avere diritto di utilizzare i tweet scritti dagli utenti e quindi di non avere l' obbligo di consegnarli agli inquirenti. L' avvocato del social network, Ben Lee, ha detto nel corso delle udienze che i termini di utilizzo di Twitter «rendono assolutamente chiaro che gli utenti sono proprietari dei loro contenuti» e che la società vuole difendere questo diritto. Nella discussione è entrata anche la American Civil Liberties Union. Dice che, per ottenere informazioni dai social network, le autorità inquirenti devono sempre chiedere un mandato al giudice e che la persona indagata deve avere la possibilità di opporsi in tribunale alla richiesta. Sull' altro versante, gli inquirenti sono soddisfatti: potere accedere ai dati di Twitter, di Facebook e simili significa avere a disposizione uno strumento investigativo potente, capace di ricostruire eventi e di individuare luoghi e tempi. La discussione è più che mai aperta: ma il caso Harris segnala che è scesa dalle astrazioni della contrapposizione ideologica e si sta misurando con la concretezza dell' internet e dei social network nell' era della maturità. twitter@danilotaino RIPRODUZIONE RISERVATA Taino Danilo Pagina 21 (4 luglio 2012) - Corriere della Sera LA RICERCA C'È E SI VEDE: 5 per mille all'Università di Bologna - C.F.: 80007010376 http://www.unibo.it/5permille Questa informativa è inserita in automatico dal sistema al fine esclusivo della realizzazione dei fini istituzionali dell'ente.