Arturo, posto che non mi interessa fare l'esegesi di Morozov - con cui non ho crucci di sorta - temo che non ci stiamo capendo. Riprovo. Coloro che utilizzano strumenti per l'aggiramento della censura sono "sovversivi" (usando una definizione molto ampia del termine)? Ovviamente per le autorità dello Stato in cui vivono, lo sono, altrimenti non avrebbero bisogno di usare tali strumenti. (Nota: non sto dicendo che chiunque usi strumenti di anonimizzazione debba essere additato come potenziale criminale. Ma tale è la situazione in vari paesi). In un dato momento, i "sovversivi" sono la minoranza o la maggioranza della popolazione? Per definizione sono la minoranza, altrimenti avrebbero già cambiato le leggi e le pratiche che li rendono sovversivi. Dunque, gli strumenti di aggiramento della censura sono utilizzati da una minoranza della popolazione? Mi pare una conclusione non sorprendente, legata al fatto che in alcuni dei paesi in questione una buona fetta di popolazione manco sa cos'è Internet. Ho parlato diverse volte con blogger iraniani, cubani, tunisini, cinesi e di altre nazionalità (anche se ammetto che gli egiziani mi mancano) sia per motivi professionali che per piacere personale. E confermo la mia opinione, ovvero che *per loro* il problema della censura è vivissimo; ma, come loro stessi ammettono, non lo è abbastanza per una parte rilevante della popolazione. Forse perché il problema è poco noto; forse perché non è ritenuto prioritario; forse per la paura di reagire. In almeno alcuni casi è un problema di percezione delle priorità. Grazie poi per la sintesi della situazione in Cina, che conferma quanto mi hanno raccontato gli esponenti di Falun Gong con cui ho parlato e i rapporti che ci arrivano dalle ONG sul territorio e dalle ambasciate degli Stati Membri. A presto, Andrea On 10/21/2010 6:24 PM, a.dicorinto@uniroma1.it wrote:
Scusa Andrea--
non vorrei insistere, ma la frase di Morozov è chiarissima *quelli che usano gli strumenti anticensura sono probabilmente persone impegnate in attività sovversive" e non c'è niente da interpretare. Poi, come ha chiarito molto bene David Talbot in Tech Rev versione italiana cartacea, ci sono paesi come la Cina dove la percezione della censura è più sfumata, ma c'è, dove, come in Cina, è possibile sfuggire alla censura e dove le autorità sono consapevoli della difficoltà di conciliare la censura con la crescita economica. La situazione in questi paesi è complessa: internet censurata non significa internet morta o inaccessibile. Ma peggio di tutti è il cosiddetto Peking Consensus che indica l'origine di una forma dicensura che si esprime a livello tecnologico con filtri informatici –ip filtering, deep packet inspection, firewall e proxy bloccati – e azioni come l'incoraggiamento alla delazione, le perquisizioni e i sequestri di computer non autorizzati dalla magistratura che se non portano all'arresto hanno comunque l'effetto di indurre conformismo eautocensura nella popolazione.
Chiaramente il problema non è solo cinese. Basta guardarsi intorno da noi in italia. E poi vai a dire a un blogger iraniano, egiziano, cubano che la censura nei loro paesi è un problema di percezione. Ti ridono in faccia. E' vero come dice l'articolo citato da JC che: a) per superare la censura si usano mezzi diversi e più semplici di quelli costruiti appositamente per aggirarla; b) che è assai difficile misurare l'uso di questi strumenti, per definizione di uso "clandestino".