Buonasera, Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it> writes:
Sono d'accordo col punto di vista di Giacomo, che mi pare sia largamente allineato con quello dell'articolo dell'EFF postato da Davide Lamanna (grazie!).
Grazie a tutti per i preziosissimi contributi al discorso. Per favore non "limitiamoci" a intepretare la realtà solo in termini di interessi economici, soprattutto quando ci sono di mezzo i diritti civili e politici delle persone. Cerchiamo di non fare finta di non capire a cosa servono ralmente i dati personali raccolti, che hanno un determinato valore di scambio perché c'è qualcuno che li paga... non solo "in denaro". Dobbiamo trovare il modo affinché le persone possano accedere in rete anonimamente e decidere autonomamente se e come associarsi (con chi comunicare), quali cose pubblicare (rendere pubbliche) e quali dati fornire a chi gli vende "qualcosa".
In un mio articolo di più di un anno fa sui dati avevo fatto un paragone un po' macabro chiedendo «vi privereste di un dito per comprare un'automobile?» (https://www.key4biz.it/insegnare-informatica-per-governare-i-dati-nellintere...) Aggiungo che se anche qualcuno volesse farlo lo Stato lo considera illegale.
Grazie Enrico di questa segnalazione, il paragone sarà anche macabro ma, in modo scioccante, ci fa riflettere che si sta parlando di persone quando di *trafficano* i loro dati... personali. Scusate se sottolineo l'ovvio, ma qui NON stiamo parlando di business intelligence, data mining, neural networks per studiare l'efficienza dei processi o fare ricerca scientifica: stiamo parlando di ALTRO. Se un decimo delle risorse spese a profilare le persone per (tentare di) manipolarle e per otterere una *forte* asimmetria di potere fossero impiegate a capire la realtà che ci circonda, nel giro di 10 anni faremmo un balzo in avanti che nemmeno l'Illuminismo... [...] Saluti, Giovanni. -- Giovanni Biscuolo