Ironico, colto sguardo sul movimento dei Makers.
juan carlos
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Faccio cose
di Vincenzo Latronico
Ho da poco cambiato casa; chi mi viene a trovare mi regala piante o
tazzine da caffé ed è costretto a subire una visita guidata, per
fortuna breve visto che vivo in cinquanta metri quadri. È ancora
tutto molto teorico – «lì ci andrà una cassapanca», «appena ho i
soldi cambio il divano» – ma c'è una cosa che suscita
immancabilmente degli «wow» di meraviglia. Non è la vista bellissima
sul Monviso, né il grande scaffale di poesia pateticamente mandata a
memoria al liceo, né il fatto che alcuni libri, nascosti in uno
scaffale in basso, hanno il mio nome in copertina. Ciò che suscita
l'invidia e l'ammirazione dei miei visitatori è la piccola scrivania
geometrica di legno che ho intenzione di costruirmi. Gli mostro il
progetto open-source, cioè un pdf che ho preso da internet; i pezzi
saranno tagliati da una fresa CNC, cioè da una macchina di cui pago
l'affitto orario. «Ma allora sei un maker!», mi dicono a volte. Che
io ricordi, nessuno mi ha mai detto «laureato in filosofia» con quel
tono lì. Felicemente, annuisco. Il movimento maker è un fenomeno che
dalla California sta guadagnando un seguito sempre maggiore in tutto
il mondo. L'idea di base è che tecnologie come la stampa 3D e il
taglio laser hanno reso accessibili a chiunque tecniche produttive
prima molto costose. Invece di comprare passivamente prodotti
industriali, è ormai facile costruirseli da sé, condividendone i
progetti o facendone la base di una start-up. Con queste
possibilità, il fai-da-te si trasforma da hobby in atto di
consapevolezza e di riappropriazione di potere.
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