Grazie molto, Carlo, molto eloquente e in generale condivisibile. Mi sembra tuttavia che Danah Boyd intrecci troppo strettamente due argomenti che hanno certamente punti di contatto, ma che a mio avviso è utile tenere distinti. Il primo argomento - che Danah Boyd tratta da par suo - è la misoginia, nelle sue varie forme. Certamente presente in ambito tecnologico (non solo digitale, anche se ormai "tech" e "digital" sono usati come sinonimi, come se i settori dell'energia, della mobilità, ecc. non esistessero più), ma non solo in ambito tecnologico (vedi informazione, politica, ecc.). Lo solo dico per rimarcare la gravità del fenomeno, purtroppo non solo confinato in ambito "tech", fenomeno naturalmente da contrastare in tutti i modi e in tutti gli ambiti, sempre e comunque. Su questo Danah Boyd (come tante altre prima di lei) è molto convincente. Il secondo argomento invece Danah Boyd lo affronta in maniera molto più debole. Parlo del comportamento delle imprese. Danah si rivolge ai singoli e chiede di cambiare, di non "muoversi più rapidamente rompendo cose", di essere più inclusivi, di ascoltare la voce degli esclusi, ecc. Certo, come singoli lavoratori nel settore "tech" abbiamo anche una responsabilità individuale. Ma è assolutamente limitante fare - come fa Danah Boyd - esclusivamente riferimento a quella. I singoli, infatti, sono per lo più ingranaggi di un sistema infinitamente più potente di ciascuno di loro singolarmente preso. Pur non trascurando ciò che il singolo è (a volte) in grado di fare in quanto lavoratore salariato di un'impresa, le uniche soluzioni in grado di incidere sono nel campo dell'azione collettiva tramite sindacati e tramite partiti politici (e, più debolmente, tramite movimenti, che siano di consumatori o di cittadini). In questo senso il suo dichiarare "tutti colpevoli" mi suona molto limitante perché ignora le enormi differenze di potere esistenti tra i singoli che compongono il suo "tutti". No, Danah: non siamo tutti ugualmente colpevoli. Non lo siamo in questo ambito, così come non lo siamo per quello che riguarda l'ambiente, giusto per citare un altro argomento di attualità dove è all'opera una evidente operazione mediatica volta a colpevolizzare i singoli trascurando le enormi differenze di responsabilità. Allora rielaborerei l'invito di Danah così: invece che "tutti colpevoli" (aggettivo religioso che lascerei ai discorsi religiosi), inviterei tutti a sentirci politicamente responsabili. In altre parole, abbiamo la possibilità, volendo, di dare una forma diversa al nostro vivere insieme. Di questo sì, parliamone. Grazie ancora, ciao, juan carlos On 16/09/2019 17:59, Carlo Blengino wrote:
Dana Boyd riesce sempre ad andare un passo avanti. Un pezzo che fa riflettere al di là del caso MIT.
Facing the Great Reckoning Head-On
https://medium.com/@zephoria/facing-the-great-reckoning-head-on-8fe434e10630
CB
Il giorno dom 8 set 2019 alle ore 12:05 J.C. DE MARTIN <demartin@polito.it <mailto:demartin@polito.it>> ha scritto:
Carissimi,
non mi sembra siano passati in lista messaggi relativi allo scandalo che riguarda l'ormai ex Direttore del MIT Media Lab, Joi Ito, che ieri si è dimesso sia dal MIT, sia da molti 'board' e istituzioni.
Gli articoli fattuali sull'argomento sono ormai molti, segnalo solo quello - decisivo - di Ronan Farrow sul 'New Yorker': https://www.newyorker.com/news/news-desk/how-an-elite-university-research-ce... <https://urldefense.proofpoint.com/v2/url?u=https-3A__www.newyorker.com_news_...>
Una sintesi in italiano (non ancora aggiornata con gli sviluppi delle ultime 48 ore) è quella di Bernardo Parrella: https://www.roars.it/online/lo-scandalo-epstein-mette-a-nudo-le-falle-del-ne...
Aggiungo che ora iniziano anche ad aprirsi crepe sulla credibilità tout court del MIT Media Lab: https://www.businessinsider.com/mit-media-lab-personal-food-computers-dont-w...
Vedremo come andrà a finire... in particolare vedremo come l'istituzione creata nel 1985 da Nicholas Negroponte affronterà non solo lo specifico scandalo, ma più in generale l'evidente cambio di 'zeitgeist' culturale e politico rispetto agli anni della fondazione e, soprattutto, del massimo successo del Media Lab.
Per me personalmente questa vicenda ha due livelli principali.
Il primo è che conosco abbastanza bene Joi Ito e il suo coté accademico/pubblico (per nulla quello economico/imprenditoriale), conoscenza iniziata quando Joi era il leader di Creative Commons (io per molti anni ho seguito CC Italia). Quello che leggo su questa vicenda, quindi, lo riesco a contestualizzare abbastanza bene. A questo livello continuerò a informarmi per capire quanto meglio possibile che cosa è successo, perché è successo e come è successo, in modo da trarne quante più lezioni possibili sia per il Centro Nexa (dove ci poniamo il problema dei finanziamenti da privati fin dalla fondazione), sia più in generale per l'Università.
Quest'ultima frase mi porta al secondo livello, ovvero, quello più generale del finanziamento della ricerca, al di là dello specifico caso da cui son partito. E' un tema enorme, che ho in parte affrontato nel mio libro "Università futura", e che ha molti aspetti, che non mi sogno neanche di sfiorare in questa sede. Osservo solo che da circa 40 anni tutto il sistema socio-politico ha fortemente spinto l'Università a dipendere da fondi privati (in altra sede potremmo parlare dei motivi e degli obiettivi di questa spinta). In alcuni paesi ciò è avvenuto prima, con maggior forza e con minori anticorpi, soprattutto negli USA (ma sospetto anche in UK), in altri è avvenuto, per vari motivi, più tardi, più a macchia di leopardo e con minore intensità. Ora potremmo discutere a lungo di come gestire i fondi privati, di quanti contromisure approntare, di quali codici etici adottare, eccetera eccetera, ma il dato politico fondamentale è che la soluzione migliore (non perfetta: migliore) per finanziare l'Università in modo che possa svolgere adeguatamente la sua complessa missione civile, educativa e cognitiva passa in primis per _adeguati __finanziamenti pubblici_. Discutiamo poi pure del come erogare tali finanziamenti (entità, distribuzione, controlli, trasparenza, ecc.), ma che il finanziamento pubblico debba essere la base è a mio avviso il dato politico fondamentale da cui partire.
Se non concentriamo le energie affinché la politica faccia proprio questo dato, ovvero, se ci accontentiamo di indignarci per i singoli scandali, per quanto odiosi (oggi Epstein, domani uno sceicco e dopodomani un oligarca) senza sforzarci di cambiare il contesto in cui questi scandali avvengono, non faremo alcun vero progresso.
Buona domenica,
juan carlos
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