Graffio solleva diverse questioni su cui provo a fornire dei chiarimenti, perché la faccenda ha aspetti non solo tecnici, ma anche politici, economici e normativi..

On 29 Mar 2021, at 11:24, <nexa-request@server-nexa.polito.it> <nexa-request@server-nexa.polito.it> wrote:

From: graffio <graffio@autistici.org>
To: nexa@server-nexa.polito.it
Subject: [nexa] UNIRE... il GARR (era: Re: Sostegno ad UNIRE - testo
del DDL)
Message-ID: <edde28df-b0f6-3fd7-f60c-5512cf75f3d2@autistici.org>
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Cari e care Nexiane,
aggiungo il mio parere al dibattito, non tanto sulla proposta di legge,
ma su quale aiuto e supporto digitale servirebbe alla scuola e alla
ricerca italiana.

Ringrazio innanzi tutto coloro che hanno messo l'accento sull'importanza
del GARR, di cui ho scritto in "Didattica a Distanza, seconda ondata"
(uscito in "Formare a distanza?" con C.I.R.C.E:
https://circex.org/it/risorse/fad/didattica-a-distanza-seconda-ondata).

Secondo le informazioni che sono riuscito ad ottenere dai dirigenti del
GARR, il consorzio sarebbe ben felice di ampliare il proprio raggio
d'azione. Anzi va detto che il MIUR in questo anno ha colpevolmente
evitato di tenere in considerazione i servizi offerti dal GARR a scuole
ed università. Servizi che prevedono una parte consistente di ciò di cui
le scuole hanno bisogno: Rete e accesso, cloud e applicazioni,
videoconferenza, etc. (https://www.servizi.garr.it/).

Il GARR ha sempre dichiarato interesse e disponibilità a fornire connettività alle scuole.
Gianluca Mazzini, membro del CTS e direttore di Lepida, fece un intervento 5 anni fa in consiglio sostenendo che a nessun altro che al GARR andasse affidato tale compito, ma lasciando aperte le questioni di come si sarebbe potuto fare. Tra l’altro Lepida offre lei stessa connettività alle scuole dell’Emilia-Romanga, quindi Mazzini era ben titolato a parlare del tema.

Ci sono però diverse questioni:

- numeri: i plessi scolastici sono oltre 45000 e la popolazione da servire è troppo vasta per le attuali dimensioni di GARR:
  GARR è composto di circa 60 persone, ma si avvale anche dei tecnici delle varie università nei ruoli di APM e APA, oltre che di esperti ricercatori in informatica e reti.
  Non sarebbe facile trovare personale con le competenze adeguate in tutte le scuole e ci sarebbe da mettere in esercizio un call center o un NOC 24h, con ben più persone di quante ne  abbia l’attuale NOC (che non opera 24h).
- costi: il GARR chiede un contributo annuale a ciascuna scuola, che spesso è al di sopra delle disponibilità di budget di ciascuna scuola: non è facile spiegare la differenza di costi rispetto ai servizi commerciali (hai voglia spiegare che si tratta di 1Gbps simmetrico rispetto a quanto offrono i commerciali)
- capillarità: il GARR collega con le proprie fibre, ma non ha sufficiente capillarità per raggiungere tutte le scuole, e gli investimenti per farlo sarebbero ingenti
- normativa: al GARR possono accedere solo i soci e non più del 20% di terzi coinvolti in collaborazioni con altri soci, altrimenti si incorre nelle norme anticoncorrenza in cui è inciampato il CINECA.
  Per il GARR è stata introdotta una legge apposita, che dichiara l'”unicità della Rete GARR”, e in quanto tale autorizza enti pubblici ad utilizzarla per attività di ricerca e formazione, senza dover ricorrere a un bando di gara.
  Ma la questione è delicata e rimane il rischio di ricorsi: perciò è stato cambiato di recente lo statuo, introducendo la figura del “socio aderente”, a cui appartengono tutte le università singolarmente, ma con diritti di voto limitati in assemblea. Nemmeno il MIUR è socio di GARR, anche se dispone di un membro nel CdA.
- finanziamenti: la rete è finanziata dai soci, ciascuno dal proprio bilancio. Ma il GARR non sarebbe mai nato se le 70 università avessero dovuto pagarne ciascuno i costi.
  A quei tempi ogni sede pensava di potersi acquistare connettività dal proprio operatore locale (o nazionale).
  La CRUI ebbe un ruolo cruciale nel convincere tutti i rettori che conveniva mettere a fattore comune le risorse e COSTRUIRE la PROPRIA rete, sulla base di principi di: condivisione e solidarietà. Fui tra coloro che ispirarono questi principi, in particolare quello che i costi sarebbero dovuti essere gli stessi per tutti, solo in funzione della banda utilizzata e non nella distanza o situazione geografica. Oggi può sembrare scontato, ma 25 anni fa non lo era.
  In base a queste indicazioni, il ministero ogni anno stabilisce che 6 milioni del FFO delle università siano assegnati per il finanziamento del GARR, e i soldi transitano dai bilanci delle sedi e poi, con opportuno ritardo, arrivano a GARR. E il CUN deve emettere OGNI ANNO parere favorevole. Se qualcuno dei rettori o del CUN cambiasse idea, salterebbe tutto.

BTW, nessuno vieta alle università di acquistare servizi di connettività da altri: GARR continua a essere preferito perché fa un buon servizio e costituisce un patrimonio materiale (17.000 km di fibre) e di competenze.

Per queste ragioni il mio suggerimento sarebbe di fare entrare UNIRE come socio aderente in GARR, per assicurare un servizio alle scuole basato su un politica e un finanziamento comune.
La presenza in GARR potrebbe risolvere i problemi di finanziamento e di garanzia che le esigenze delle scuole siano rispettate (non che il GARR non lo voglia, ma ci sono priorità diverse tra i soci).

Come ho già detto, la missione di UNIRE dovrebbe andare al di là del semplice servizio di connettività, ma occuparsi ad ampio raggio di tutti i servizi digitali per la didattica.
Su questo si dovrebbe riflettere adeguatamente, come suggerisce Davide Lamanna.


Certo andrebbe potenziata la sua struttura e i servizi di help desk e di
assistenza, ma stiamo parlando di "un’associazione senza fini di lucro
fondata sotto l’egida del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e
della Ricerca. Gli enti soci sono CNR <https://www.cnr.it/>, ENEA
<http://www.enea.it/it>, INAF <http://www.inaf.it/it>, INFN
<http://home.infn.it/it/>, INGV <http://www.ingv.it/> e tutte
le università italiane rappresentate dalla Fondazione CRUI
<http://www.fondazionecrui.it/>".
Perché creare una nuova struttura, facilmente privatizzabile, che
dovrebbe rispondere alle leggi del mercato (pur sempre di SPA si
tratterebbe), quando esiste un patrimonio di competenze ed esperienza,
già in buona parte finanziato con fondi pubblici che andrebbe messo a
sistema.

La proposta sarebbe di costituire un ente che coordini e rappresenti tutte le realtà scolastiche, come fa la Fondazione CRUI per le università.


Detto questo credo che la proposta di legge mostri alcune lacune e un
grande rischio.
Tra le lacune, va certamente annoverata la totale mancanza di
riferimenti alla didattica che trattandosi di scuola non è banale. Mi si
dirà: "intanto mettiamo le scuole in rete!". Temo però che il come
mettere le scuole in rete non sia ininfluente per la didattica che i
diversi docenti vorranno adottare.

Concordo, e infatti questi aspetti e la missione di UNIRE andrebbero ben specificati nel suo statuto, che va definito separatamente.

Infatti nella proposta non si tiene per nulla in conto che una
piattaforma per la didattica (o un insieme di strumenti per la
didattica) non è neutra. Gli insegnanti e le studentesse sono persone.
Le persone dovrebbero essere messe al centro della progettazione di una
o più piattaforme dedicate alla didattica. Nella scuola ci sono enormi
differenze: età, tipo di formazione, esigenze didattiche, logistica,
cultura. La Piattaforma Unica difficilmente può tenere insieme tutte le
diversità di cui è composta la scuola e che andrebbero valorizzate
invece che appiattite. A questo proposito consiglio UNIRE o DIVIDERE di
Stefano Penge: https://www.stefanopenge.it/wp/?p=844

Questo è un atteggiamento comprensibile ma pericoloso.
La rete unica GARR non sarebbe mai nata, se si dava adito al ragionamento sulle “enormi differenze”.
Avere una rete unica o una piattaforma condivisa (piuttosto che unica) è proprio ciò che consente di investire energie nello sviluppo di attività specifiche, liberando risorse ed energie in attività che possono essere messe a fattore comune.

Le obiezioni rispetto alla soluzione unica sono un po’ fuorvianti se l’esito finisce per essere che tutti aderiscono a una unica piattaforma commerciale, che è il rischio che si corre per via della legge di Zipfs.

Non fanno così nemmeno negli USA dove un'università ha sviluppato la piattaforma Panopto, che altre 22 utilizzano.

Sono convinto che ci sia un’enorme lavoro da fare per migliorare, diffondere e sviluppare i servizi per la didattica digitale.
Per decenni è stata considerata una fisima di qualche tecnologo pazzo, e solo la pandemia ha obbligato a prendere in considerazione, trovando ovviamente tutti impreparati.
Ma se scuole e università non si rinnovano adesso, se non ora quando?


Il rischio deriva direttamente dalle lacune: la centralizzazione di una
infrastruttura del genere porterebbe ulteriori danni alla scuola
italiana, che già sta pagando dazio alla necessità di standardizzazione
dell'insegnamento per favorire le competenze, direttamente spendibili
nella produzione, piuttosto che nella creazione di saperi che aiutano a
formare persone prima che lavoratori.

Sono d’accordo che occorra investire nella creazione di saperi, ma anche nelle forme di erogazione dei saperi.
Facilitare la produzione di contenuti in forma digitale interattiva, utilizzare forme di apprendimento nuove come le flipped classroom, ecc. sono possibili solo se si eliminano le barriere di ingresso e si rende agevole il loro utilizzo.

Cosa non sarebbe più utile a questo fine se non un’istituzione che abbia questo come fine?

Riguardo ai contenuto c’è anche una questione riguardante gli incentivi agli insegnanti.
Attualmente per esempio in università non è conteggiato come attività didattica il tempo impiegato nel produrre materiale didattico.
Se per fare un’ora di lezione servono 3 ore di preparazione, queste non contano.
Ne consegue che per i docenti è più comodo semplicemente limitarsi a riprendere le lezioni in video.
La preparazione di testi viene invogliata indirettamente, attraverso la filiera editoriale: pubblicare un volume con le lezioni ha un ritorno economico diretto, perché il copyright resta all’autore, e non all’università.
Per questo occorre cambiare anche le normative sulla didattica e creare una nuova filiera per la produzione di contenuti interattivi.

Insomma ci sarebbe moltissimo da fare e quindi vi inviterei ad incoraggiare le iniziative, o almeno chi ci prova. 

— Beppe



I miei 2 cents.
m

-- 
Maurizio "Graffio" 
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