Da non addetto ai lavori, da ex web marketing manager e come marito di un avvocato che fra le altre cose si sta occupando di traferimenti di know-how fra Università ed industria, mi permetto di intervenire nel dibattito con un'occhiata dall'esterno (ma non troppo) dell'ambiente universitario.
Credo che, come in tutti i settori, Internet e le nuove tecnologie non potranno non impattare sulle scuole, dagli asili ai master post-universitari. E questo non significa solo farsi un certificato on-line o scaricare le dispense. Significa avere la possibilità di frequentare una lezione dell'università di Tokio e subito dopo una seminario a New York. Anche i libri di testo, non appena gli e-book saranno più veloci ed a colori, andranno ripensati, con la possibilità non solo di stampare un testo con le figure, ma di inserire rimandi, filmati, animazioni.
Credo che in parte la didattica sia cambiata e molto debba cambiare in un prossimo futuro.
Tuttavia non penso (e, nonostante la mia passione per la teconologia, spero non avverà) che la rete potrà sostituire i contatti umani, l'interazione fra allievi e docenti, la possibilità di ricerca in laboratorio, lo scambio di idee fra gli studenti, e fra questi ed i docenti e le industrie, che dovranno sempre più interagire con gli Atenei, soprattutto negli ultimi anni di corso, in modo che il passaggio dall'Università al mondo del lavoro sia la naturale conclusione del percorso formativo.
Tuttavia ricordo i miei primi anni al Poli: essendo miope dovevo conquistare le prime file per poter vedere le lavagne, quindi ore davanti alla porta chiusa per poter far la corsa ai posti davanti. Classi di centinaia di allievi, possibilità scarsa o nulla di interagire col docente, di frequentare laboratori, di far domande. Qui forse una lezione on-line, in aggiunta o in sostituzione, male non avrebbe fatto, così come in caso di influenza o sovrapposizione di orari.
Come la TV non ha ucciso la radio o i giornali, ma li ha costretti ad evolvere, credo che l'Università on line, appena trovata la sua dimensione, sarà un'opportunità in più, non un concorrente di seconda scelta.
Come quando ero commerciale estero, le mail e le videoconferenze non mi evitavano frequenti trasferti, ma mi aiutavando ad integrare e mantenere quei rapporti umani e lavorativi che restavano comunque basilari ed indispensabili.
Saluti a tutti
Diego
From: a.dicorinto@uniroma1.it
To: demartin@polito.it
Date: Mon, 3 Dec 2012 17:05:22 +0100
CC: nexa@server-nexa.polito.it; maderoweb@gmail.com
Subject: Re: [nexa] La Stampa (De Martin): Università, la rivoluzione non è online
L'articolo di JC, per quanto semplificato per un giornale generalista, sottolinea una questione assai rilevante: il ruolo dell'Università come "soggetto" produttore di saperi e non solo di "nozioni/informazioni". Inoltre dice che la ricchezza dell'Università, proprio per l'auspicato stretto rapporto tra ricerca e didattica è "paramount" e insostituibile soprattutto laddove i "discenti" - che sono di volta in volta anche ricercatori, dottorandi, dottorati, specializzandi, lavoratori (delle cliniche universitarie, i.e.), stagisti e corsisti serali - sono in grado di portare punti di vista nuovi e alternativi, saperi non ortodossi e innovativi.
E' ovvio che gli OpenCourseWare del MIT e le lezioni online di Stanford sono un eccezionale e utile e comodo complemento alla didattica, ma la produzione di sapere passa anche per esperienze non strutturate e formalizzate (il sapere tacito), ad esempio quando l'UNiversità, come poche isituzioni, facilita l'incontro, il dialogo, il confronto e la critica.
La missione dell'università È "formativa" e lo è in senso lato, cioè non può prescindere da tutto questo. Ogni prospettiva di reductio ad unum della sua missione è di per sè fuorviante e fasulla.
My two cents
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