Andrea Glorioso ha scritto:
> Ci riferiamo al bandwidth cap: strozzatura della banda > discriminatoria, non agnostica:
Per curiosita`, cosa intendi per "agnostico" in questo contesto?
Mi rifaccio alla definizione utilizzata da Comcast e dalla FCC per definire pratiche di traffic shaping "ragionevoli", e che peraltro hanno ottenuto come risultato un'ottima customers' acceptance (almeno a quanto riferisce Booz & Co. in "Digital Confidence - Securing the Next Wave of Digital Growth"). La strozzatura della banda avviene tramite un cap globale quando l'infrastruttura è inadeguata alla domanda. Lo shaping è agnostico rispetto a mittente, destinatario, porte, protocolli e ovviamente contenuti. Viene mantenuto quindi un best-effort all'interno di una larghezza di banda limitata, quando necessario, ma non discriminatoria.
> significa che se (situazione ipotetica in base ai piani > annunciati) io cliente finale britannico pago British Telecom > per 100 Mbit/s, comunque ricevo contenuti artificialmente > discriminati a 768 kbit/s dalla BBC, se la BBC non paga (oltre > alla banda che già paga oggi) un balzello addizionale a BT > stessa. Ho quindi un cap pari allo 0,8% della banda massima > teorica per la quale pago.
> Nel caso di Vodafone, io cliente italiano, anche se pago il top > delle tariffe Vodafone, ho un cap per il p2p e il VoIP pari allo > 0,7% della banda massima teorica (in download) per cui > pago. Vodafone ha cioè introdotto una scarsità artificiale (ha > creato una scarsità inesistente tecnicamente)
Mi sembra un po' azzardato dire che si tratta di una scarsita` inesistente tecnicamente, dato che quando un operatore offre una certa quantita` di banda passante si tratta sempre di un valore massimo, non di una garanzia minima.
In questi particolari casi si può affermare che la scarsità è davvero artificiale e non tecnicamente giustificata. Infatti: 1) le limitazioni avvengono tramite cap che sono spesso inferiori all'1% dei valori di picco dichiarati; [qui si aprirebbe uno spiraglio per una domanda delicata, gli ISP stanno facendo "overbooking/overselling" in rapporto superiore al 100:1? ma questa domanda è superata dalle constatazioni 2) e 3)]. 2) il fornitore di connettività si dichiara in grado di rimuovere il cap (o i blocchi) all'istante, senza investire sull'infrastruttura, se colui che origina il contenuto e/o i destinatari pagassero somme aggiuntive. Esempi: T-Mobile di Deutsche Telekom rimuove il blocco di Skype a coloro che pagano 10 € al mese (ovviamente aggiuntive rispetto all'abbonamento Internet). 3) nel caso del VoIP vengono effettuati blocchi per applicazioni parsimoniose di banda, mentre applicazioni molto più voraci di banda non vengono limitate. 4) prima del blocco del VoIP effettuato dalle compagnie mobili di Francia, Spagna e Germania, non c'erano problemi di congestione dovuti al suo utilizzo Detto questo, è ovvio che andando ad approfondire è ragionevole distinguere reti fisse e reti mobili, perché le seconde presentano dei problemi diversi (vedi blog di Stefano Quintarelli).
> Invece di favorire la differenziazione delle tariffe in base > alla qualità del servizio e quindi investimento nell'innovazione > e nelle infrastrutture, queste pratiche favoriscono un modello > di business basato sulle limitazioni inventate, e la > differenziazione delle tariffe avviene introducendo una penuria > artificiale e artificiosa.
Ecco, questo mi interessa. Che tipo di differenziazioni tariffarie sarebbero per te (e per chi ci sta leggendo) accettabili?
Secondo me, prima di tutto, differenziazioni di tariffe, alcune peraltro già esistenti, basate: - sulla larghezza di banda massima teorica - sulla banda minima garantita (ove applicabile, per es. da doppino a centrale) - sulle richieste dei clienti per QoS particolari (questo era previsto anche dai Citizens' Rights Amendments alla direttiva servizio universale non adottati): per esempio, un cliente può richiedere un abbonamento particolare per un sovrapprezzo al fine di avere una prioritizzazione di qualcosa che gli è particolarmente utile (tipici esempio, il p2p, che è importantissimo anche per fini commerciali, o per quelle applicazioni time critical, come monitoraggio medico, live streaming ecc., che non convivono facilmente con l'architettura best-effort di Internet).
> Gli esempi che avevo fatto volevano mostrare che il cap può > essere un ostacolo molto grave per il mercato digitale unico.
Uhm, questo mi sembra un salto logico. Un distributore di beni fisici (che so, pastasciutta) non ha un obbligo di fornire ai propri consumatori accesso a tutti i tipi di pastasciutta esistenti nel mercato unico. Oppure non ho ben capito cosa intendi.
Stavo facendo un ragionamento "reversed", forse ho peccato di scarsa chiarezza: una distorsione avverrebbe per esempio se un distributore di un certo paese, non ha importanza se di beni o servizi, dovesse pagare una certa cifra per raggiungere i potenziali clienti del paese X, un'altra cifra per raggiungere i clienti del paese Y, 0 per raggiungere i clienti del paese Z, non potesse raggiungere per nulla (indipendentemente da quanto mette sul piatto) i clienti del paese A, e così via. Attualmente la neutralità della rete assicura che tutto il mercato interno sia raggiungibile indipendentemente dagli orientamenti tecnici, politici (purtroppo dobbiamo tenere in considerazione anche blocchi di natura politica) e commerciali delle telcos dei vari Stati Membri. Sottolineo l'esempio British Telecom perché mi sembra calzante.
> Il business che può sorgere da eventuali alleanze fra telcos e > grandi distributori di contenuti per la creazione di super-nodi > di distribuzione che filtrano tutti i contenuti concorrenti > rischia di rendere incentivi e deduzioni fiscali molto poco > appetibili
Mi sono perso il ruolo degli incentivi (da parte di chi?) e delle deduzioni fiscali (per chi?).
Li hai citati tu nel precedente messaggio: incentivi agli ISP per scoraggiarli da certe pratiche.
> e di essere difficilmente estirpabile tramite procedure per > pratiche anticompetitive,
Perche`?
Per motivi di ordine legale ai sensi degli artt. 101 e 102 TEU (o 81 e 82 TEC) che rendono arduo aprire una procedura di infrazione nei casi in cui non ci sia un mercato univoco e ben definito (di nuovo un esempio: se France Telecom, che si occupa di telecomunicazioni, stringesse un accordo con Vivendi Universal per distribuire i suoi contenuti audiovisivi e imponesse un blocco totale ai contenuti della Time Warner, oppure, meglio ancora, nei confronti di chi genera contenuti open o addirittura gratuiti, come sarebbe possibile dimostrare che siamo in presenza di pratiche anticompetitive? e sarebbe possibile dimostrare che tali blocchi violano la libertà di informazione dei clienti France Telecom? a queste precise domande Malcolm Harbour e altri mi risposero sostanzialmente "il mercato risolve tutto: se qualcuno blocca qualcosa, i clienti possono migrare verso un altro operatore", ma non fu capace di ribattere quando gli feci notare che in Francia TUTTI gli operatori bloccano Skype - e oltre tutto questo sarebbe pure un caso di violazione flagrante del Trattato a mio avviso!). Naturalmente sarei ben lieto di essere smentito.
> pur portando a distorsioni profonde del mercato interno (per > esempio, bloccando de facto lo sviluppo delle start-up in rete e > bloccando la diffusione dei contenuti sotto licenze Creative > Commons, GPL...).
Suppongo che cio` avverrebbe, nel tuo modello, perche` chi crea/distribuisce contenuti con licenze CC o FLOSS non avrebbe la capacita` economica per negoziare con gli operatori di rete. E` cosi`?
In questo caso sì. L'accesso alla cultura libera è indubbiamente facilitato dal fatto che la disseminazione di tale cultura ha (e per fortuna, in quanto è un bene per l'umanità) costo quasi-zero e la creatività è sostenuta dalla possibilità, per gli autori di un'opera (che sia un articolo scientifico, un libro, un film, un software o una canzone) di non doversi preoccupare dei costi di distribuzione. Non ritengo, per esempio, che l'enorme diffusione di software che ha sostanzialmente contribuito a far vivere meglio le persone (da OpenOffice a Linux a Firefox ma gli esempi sono migliaia), o le idee geniali (come quella dei motori di ricerca) sarebbero state possibili senza la Neutralità della Rete. Né ritengo che modelli di business che promettono bene come quello di Jamendo e di LegalTorrents siano possibili. Ma probabilmente De Martin avrebbe qualcosa da aggiungere qui.
Personalmente io sarei per un modello in cui l'infrastruttura di rete di un paese, in quanto elemento strategico, sia interamente pubblica o al massimo di proprieta` o sotto la gestione di un consorzio di tutti gli operatori privati (mi pare che avvenga cosi` in Norvegia, da quanto mi hanno riferito).
Sono d'accordo... e cito al proposito le parole che abbiamo scritto sul wiki del cluster WeRebuild: "[...] Riteniamo che il principio politico necessario per Internet sia quello di mantenere e favorire il suo carattere aperto. Tale principio porterà grandi benefici economici all'Europa ed aiuterà gli obiettivi della politica dell'Unione Europea per la crescita della Società dell'Informazione. Problema politico Il problema politico consiste nel fatto che gestendo la trasmissione dei dati che transitano su Internet, l'industria delle telecomunicazioni controlla l'accesso al commercio, la discussione democratica, l'accesso alla conoscenza e la diffusione dell'informazione. [...] Raccomandazione politica L'approccio raccomandato è basare i principi Europei su quelli sviluppati dall'Autorità per le Poste e le Telecomunicazioni norvegese. Questi principi stabiliscono una garanzia di accesso aperto agli utenti e permettono allo stesso tempo che gli operatori di rete utilizzino "sistemi di controllo del traffico" a condizione che questi ultimi non violino tale garanzia."
Cio` detto, molte telcos hanno fatto investimenti sostanziali sulle infrastrutture che sono state loro graziosamente concesse dagli Stati :) e l'hanno fatto sul mercato (certo con aiuti pubblici, ma non credo in maniera sostanzialmente diversa da tante altre industrie). Quindi considerare tali infrastrutture ancora come un "bene pubblico" (non nel senso economico del termine) mi sembra limitativo.
Forse è possibile trovare un compromesso che possa soddisfare tutte le parti in causa. Mi riferisco alla legislazione proposta e approvata in Finlandia e Spagna per riconoscere Internet come servizio universale, andando a definire alcuni parametri minimi di accesso che devono essere garantiti a prezzi ragionevoli (mi ricorda un po' quello che avviene da decenni per acqua ed elettricità), oltre naturalmente ai principi norvegesi, che pur essendo meno forti di quelli proposti dalla FCC americana sarebbero comunque un grande salto di qualità rispetto al Telecoms Package.
E` forse piu` utile impostare la questione considerando le infrastrutture di rete una risorsa strategica per gli Stati Membri e per l'Europa, al di la` di chi ne abbia la proprieta` o la gestione.
Di nuovo, per un approccio pragmatico sono d'accordo.
Siamo d'accordo, ma potremmo fare lo stesso discorso per molti beni, servizi e infrastrutture. Sinceramente, pur essendo (da prima che la cosa diventasse molto di moda) un fermo sostenitore del valore di Internet come veicolo per l'esercizio concreto di diritti fondamentali, e quindi ritengo sia importante non dimenticare questa dimensione, la mia esperienza e` che il legame tra di essa e la richiesta di proibire certe pratiche sia piuttosto labile (o non sia spiegata in maniera abbastanza convincente).
"Se io pago per un accesso a Internet con una certa qualità di servizio, e tu paghi per un accesso a Internet con pari o superiore qualità di servizio, io e te possiamo connetterci con quella qualità di servizio" (Tim-Berners Lee). Senza la end-to-end connectivity, che è la base per la neutralità della rete, non vedo come sia possibile usare l'accesso a Internet come strumento per esercitare concretamente certe libertà fondamentali. La mia libertà di espressione è compromessa se il mio blog o il mio sito non sono raggiungibili o se sono raggiungibili "con una lentezza esasperante"; la mia libertà di informazione e di partecipazione democratica vanificata se il mio ISP mi fornisce accesso solo alle notizie dei gruppi editoriali che sceglie lui, o peggio ancora mi preclude l'utilizzo di certi strumenti (dal p2p a IRC alle UGC platforms); il mio diritto fondamentale di condurre un business è violato se gli ISP bloccano l'accesso al mio sito e/o a certi protocolli e applicazioni.
> Per quanto concerne l'innovazione, se deprioritizzazioni e > bandwidth cap fossero stati possibili e praticabili negli anni > 90, avrebbero facilmente potuto impedire la nascita del World > Wide Web.
Pur essendo sostanzialmente d'accordo su questa affermazione, preferirei evitare di discutere sui "what if", soprattutto perche` e`
D'accordo, rimaniamo sul "sostanzialmente d'accordo" ed evitiamo di complicarci la vita con marvel-iani "What If...". :)
se `deprioritizzazioni' e `bandwidth cap' fossero stati *ampiamente* praticati (erano possibili ed erano limitatamente praticati) e se questa "cosa" sarebbe stata meglio o peggio del WWW.
Solo fra parentsi: sono un po' perplesso. La Deep Packet Inspection sta maturando solo ora, e sebbene ancora abbia grossi problemi (vedi caso SABAM vs. Scarlet :) ), non c'è dubbio che fra 2-3 anni potrà essere considerata matura, affidabile e potebbe diventare "industry standard". Fra poco anche la Deep Packet Capture sarà funzionante. Invece nel 92 la DPI e la DPC erano fantascienza, per cui era impossibile discriminare in base ai contenuti. Sempre fra parentesi: il concetto client-server del WWW non è il massimo, lo so, è nemico della decentralizzazione, ma al momento è questo uno strumento chiave (finché non avremo una maggiore maturità del p2p e sarà ordinaria amministrazione gestire siti e portali serverless condivisi), quindi... Grazie per la pazienza, Paolo