Caro Carlo, Mi spiace ma non ho dipinto “le imprese americane che dominano il web come profittatori, artefici di malvagie macchine da soldi ai danni dei poveri cittadini europei -da colpire nel portafogli”. Ho semplicemente svolto un’analisi giuridica e proposto una soluzione che mira invece a conciliare le esigenze d’impresa con la tutela delle persone. Da sempre infatti, lo testimoniano gli scritti ed il recente simposio sulla privacy al Politecnico cui hanno partecipato Facebook e Microsoft, la mia posizione è quella di cercare di garantire la massima tutela possibile alla persona, senza estremismi e comprendendo le ragioni di impresa. Proprio tale approccio è equidistante sia da un’infatuazione per la tutela a tutti i costi e oltre ogni senso dei diritti (vedi mia critica su caso Cassazione italiana e oblio per archivi di giornale, come anche critiche sul fatto che spetti a Google valutare le violazioni del c.c. oblio), sia da una visione rosea delle imprese come animate dal fine principale di tutelare i diritti delle persone. E questo vale tanto per le imprese US, che UE, che di ogni altra aerea. Finché invece si continua a preferire la strada di una critica per opposizione a quella di una critica costruttiva credo non si vada da alcuna parte. In questo spirito l’articolo era di critica costruttiva, non negando le evidenti ragioni “politiche” (ma vai a rivedere l’accezione in cui uso l’aggettivo) della Corte, nonché le altrettanti ragioni di politica industriale dell’impresa; suggerendo però una soluzione che punti al bilanciamento di interessi, come nella natura dell’azione giuridica. Infine, anche fra imprese occorre fare distinguo. In materia di privacy ci sono imprese US che hanno fatto azione legale contro il governo US per aver trasparenza circa le richieste di accesso, ci sono imprese che hanno adottato nei loro contratti le clausole-tipo UE sulla privacy, ci sono imprese che applicano ai loro contratti la legge nazionale del contraente, ecc. Per questo serve un dialogo costruttivo. Ne ho, da ultimo, avuto conferma in questi giorni a Santiago dove, ad un convegno sulla privacy, ho avuto un interessante confronto sull’oblio proprio con uno dei responsabili di Google per il Sudamerica. A presto, A. On Sat, 15 Nov 2014 17:28:37 +0100 Carlo Blengino <blengino@penalistiassociati.it> wrote:
Caro Bernardo, ho letto con attenzione il Tuo pezzo su Nova, e ti confesso che mi sfugge la logica per cui sarebbero primi positivi passi per combattere il “feudalesimo della rete” la legge Spagnola che colpisce gli aggregatori di notizie o il diritto all’oblio come delineato dalla nota sentenza Google Spain. Mi pare l’opposto: l’effetto di un nuovo “diritto di citazione” sottoposto a compenso (sia esso costruito come limitazione ad una sacrosanta -e obbligatoria- libera utilizzazione o come nuovo diritto) ha come unico effetto di rafforzare le posizioni dominanti, escludendo di fatto dal mercato ogni nuovo servizio. La chiamano “Google tax” giusto per cavalcare l’onda emotiva del leviatano da colpire, ma Google sarà in Europa uno dei pochi in grado di trattare ed (eventualmente) di pagare, ottenendo per altro ex lege l’estromissione dal mercato di qualsivoglia nuovo servizio che basi il proprio business sulla circolazione dei contenuti.
Quanto a quella specie di diritto all’oblio limitato ai motori di ricerca creato dalla ECJ mi è difficile capire quale vantaggio possa creare alla libera concorrenza o alla lotta ai "quasi monopolisti". La sentenza anzi mi pare prenda atto e legittimi una situazione di quasi monopolio di Google, consolidandolo.
I problemi che poni sono reali e complessi, ma ho la sensazione che continuare a dipingere le imprese americane che dominano il web come profittatori, artefici di malvagie macchine da soldi ai danni dei poveri cittadini europei -da colpire nel portafogli come affermi-, sia strada che non giovi affatto ad internet.
E' un approccio che traspare anche nel contributo postato da Alessandro in relazione proprio alla sentenza Google che mi pare ben rappresenti una visione politica più che giuridica (la stessa della Corte) che giudico distopica e pericolosa.
Con stima Carlo
In mobilità
Il giorno 14/nov/2014, alle ore 09:21, A Dicorinto <arturo.dicorinto@uniroma1.it> ha scritto:
Bell'articolo-- poni delle domande che sono retoriche solo nella formulazione, e io sono d'accordo che rischiamo un nuovo feudalesimo digitale con tanti schiavi della gleba: noi.
Il giorno 13 novembre 2014 16:26, bernardo parrella <bernardo.parrella@gmail.com> ha scritto:
....qualche mia personalissima riflessione sull'urgenza di contrapporsi alla nuova èlite digitale, ai "quasi monopolisti" di internet, al feudalesimo online....e quindi la Dichiarazione dei diritti in Internet come strumento importante (pur con tutti i difetti) in tal senso, all'interno del variegato fronte che qua e la' nel mondo continua a battersi per internet come bene pubblico :
http://bernardoparrella.nova100.ilsole24ore.com/2014/11/13/billofrights-per-...
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-- Avv. Alessandro Mantelero, PhD Aggregate Professor, Politecnico di Torino Director of Privacy and Faculty Fellow, Nexa Center for Internet and Society Research Consultant, Sino-Italian Research Center for Internet Torts at Nanjing University of Information Science & Technology Coordinator, Double Degree program in Management and IP Law, Politecnico di Torino–Tongji University of Shanghai http://staff.polito.it/alessandro.mantelero http://works.bepress.com/alessandro_mantelero/ Politecnico di Torino Corso Duca degli Abruzzi, 24 10129 Torino - Italy in libertate fortitudo