Nell’era della sorveglianza di massa dare ai cittadini il diritto di sapere chi sta raccogliendo quali dati sul loro conto, e verificare che quella raccolta avvenga nel rispetto della legge, è fondamentale. Il problema è renderlo effettivo, utilizzabile. Un miraggio, argomenta un lungo e dettagliato studio coordinato dall’Università di Sheffield, e parte del progetto del progetto IRSS (Increasing Resilience in Surveillance Societies) finanziato dall’Unione Europea. Intitolato ‘Exercising Democratic Rights under Surveillance Regimes’, il lavoro pubblicato in queste ore si addentra in tre problemi macroscopici: comprendere il quadro normativo all’interno dei singoli Paesi dell’Unione e darne un’analisi comparativa, studiare sul campo quanto è semplice o meno reperire chi è responsabile del controllo dei nostri dati (data controller), e da ultimo – sempre dal punto di vista empirico – osservare la effettiva capacità di risposta di questi soggetti alle richieste dei cittadini.
Il risultato è
deludente. L’implementazione non omogenea della Direttiva europea
per la protezione dei dati personali, si legge nel lavoro a guida
di Clive Norris e Xavier L’Hoiry, insieme a un quadro normativo
contraddittorio a livello delle singole legislazioni nazionali, fa
sì che i cittadini (data subject) siano “naturalmente svantaggiati già prima che possano dare il
via al processo per inviare una richiesta di accesso” ai
loro dati.
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http://www.wired.it/internet/regole/2014/06/24/perche-non-abbiamo-accesso-ai-nostri-stessi-dati/