Buongiorno a tutti,
mi presento dal momento che è il mio primo intervento in lista. Mi chiamo Andrea Raimondi, sono un dottorando in metafisica all’Università di Nottingham. Prima di istanza a Roma e ho lavorato prima su filosofia del diritto e poi su Intelligenza Artificiale con Roberto Cordeschi all’Università La Sapienza.
Intervengo qui sul contenuto del seminario "The Inspection House" . E’ stato molto interessante e decisamente una delle poche volte in cui i lavori di Foucault sono stati ritirati fuori all’interno del dibattito contemporaneo.
Volevo però cercare di fare una distinzione importante, soprattutto nel modo in cui Sorvegliare e Punire è stato preso come sfondo teorico di interpretazione del problema della sorveglianza.
L’obbiettivo del saggio (legato al ciclo di lezioni “Gli anormali) è quello di descrivere come alcuni meccanismi disciplinari di stampo medioevale furono presi ad esempio per rendere lo stato capace di incorporare e disciplinare quello che sembrava al di fuori di ogni ragion di stato: il crimine come rifiuto della volontà legislativa. L’esempio del Panopticon è in questo senso suggestivo e mostra come fu proprio la creazione del sistema carcerario a permettere la sperimentazione di prime forme di sorveglianza.
Volevo però suggerire, a chiunque facesse ricerca sul tema, di completare il quadro di “Sorvegliare e Punire” con un altro testo (bellissimo, sempre tratto da un ciclo di lezioni del ’78 al College de France) che si chiama “Sicurezza, popolazione e territorio”. Per una ragione.
Per la mia comprensione del problema, almeno alla luce di quello che leggo nel dibattito contemporaneo (da molti di voi per lo più), i due tipi di sorveglianza, quella pubblica e quella carceraria, non possono essere accomunati. La sorveglianza nelle carceri e la sorveglianza nei luoghi pubblici sono due tipi di pratiche profondamente differenti: l’ultima viene ad opporsi alla libertà personale degli individui mentre la prima, presuppone che gli individui siano già stati privati della loro libertà. Sono, appunto, in carcere.
Premesso che non mi occupo principalmente di queste questioni, vorrei cercare di dare almeno qualche ragione a sostegno della mia lettura.
Ai due tipi di sorveglianza prima accennati corrispondono due tipi di meccanismi di controllo, o come Foucault li chiamava, due tipi di governamentalità (Per governamentalità è intesa “la maniera in cui la condotta di un insieme di individui è coinvolta nell’esercizio del potere sovrano”).
La sorveglianza nelle strutture carcerarie è volta a garantire il controllo sui confini e sugli spazi interni della struttura. In questo senso, ricorda molto i meccanismi attraverso i quali i sovrani dell’età classica garantivano la propria sovranità dei propri confini e del proprio territorio.
La sorveglianza dei luoghi pubblici, invece, ha un’accezione diversa. Foucault chiama questo tipo di meccanismo “tecnologia della sicurezza”. Questa tecnologia non ha più come oggetto il territorio ma la popolazione. E non richiama più i metodi dei sovrani classici, ma affonda la sue radici nella genesi dello stato moderno.
Tale genesi è determinata da una percezione storica differente, emersa dal XVII sec con le ragioni di stato, secondo la quale dallo spazio come difesa dei confini si passa ad un’idea di spazio (europeo, nel caso particolare) come luogo di competizione tra stati. Tale competizione richiede maggiori tecnologie politiche e maggiore conoscenza.
La sorveglianza, per Foucault, fa parte di una di queste tecnologie. Mentre la prima, quella diplomatico militare, garantiva le forze dello stato all’esterno, la seconda, che lui chiama polizia, era intesa come mezzo necessario per far crescere lo stato all’interno. La sorveglianza diventa la tecnologia di gestione della popolazione e la sua ragione è che “il bene di tutti può essere assicurato solo dal comportamento di ognuno”.
Ho usato “gestione” e non “regolazione” per una ragione. Alla comparsa del problema della popolazione corrisponde anche una trasformazione di ciò che è il popolo. Se all’origine degli stati moderni la popolazione era intesa come popolamento/spopolamento di aree urbane, man mano che le tecnologie politiche si sviluppano, ci si accorge che la popolazione stessa è una fenomeno naturale complesso che rivela meccanismi interni di regolazione.
Questa differenza è molto chiara se si nota come nel tardo XVIII sec la stessa architettura delle città e dei quartieri era una tecnologia di regolazione della popolazione.
Quando invece emerge una comprensione della popolazione come fenomeno complesso (Quella che Foucault chiama la naturalità del popolo) si passa dall’imposizione di sistemi di controllo allo sviluppo di metodi di gestione.
A tale comprensione corrisponde un mutamento delle tecnologie. Lo stato non dovrà più imporre regolazioni ma lasciare liberi i fattori interni (meccanismi della società, processi economici etc) di giocare tra di loro, limitando gli interventi al minimo.
Fu proprio questo mutamento a causare la nascita dei sistemi di sicurezza e la sorveglianza, come parte di quel complesso di strumenti invisibili volti a eliminare il disordine e l’illegalità (Foucault ne parla nei termini di un patto di sicurezza tra popolazione e stato).
L’ipotesi che mi sembra ragionevole sostenere in materia di dibattito sulla Sorveglianza è che questa non sia comprensibile alla luce della diade utopia/distopia. Questa diade mi sembra simile all’idea contro la quale Foucault stesso esprimeva scetticismo, cioè “lo stato come grande mostro o machina automatica”. Questa interpretazione è fondata sul modello del panopticon e la distopia che ne deriva è quella del mondo come un grande carcere che “we all now inhabit”.
Invece, seguendo il filosofo francese è possibile evitare questa lettura e preferire quella genealogia del problema che ne analizza le ragioni di stato. La sorveglianza fa parte della struttura statale che abitiamo almeno dal XVII sec. In questo senso forse le forme di sorveglianza che vediamo oggi e che sono permesse da internet non sono poi così nuove e speciali rispetto a quelle cha abbiamo visto in passato.
Allora forse, ma qui mi rimetto a chi ha più competenza di me sul tema (cioè voi), inquadrare il problema della sorveglianza in questo modo può dare due domande sulle quali riflettere:
1. Internet, come spazio logico, è del tutto isomorfo alla concezione di spazio di competizione all’interno del quale gli stati moderni cominciarono a competere. Ma dal momento che la popolazione di internet non rientra in nessun patto con nessuno stato particolare, è davvero possibile pensare la sorveglianza come legata alle ragioni di uno stato solo? oppure è meglio pensarla come una tecnologia politica internazionale portata avanti da più stati insieme?
2. siamo sicuri che la carta dei diritti di internet possa davvero essere vista, come molti fanno, come tentativo di regolamentare il web? non è invece più corretto argomentare che è importante tentativo di ridefinire una governamentalità più equilibrata che non faccia del web solo una tecnologia della sicurezza? e non è più corretto pensare ad ogni carta dei diritti elaborata a livello nazionale come un draft per una carta globale?
Ho finito di annoiarvi. E’ una bella lista con belle discussioni. Grazie a tutti.
Best
Andrea
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1. l'intricata faccenda del monopolio siae (Simone Aliprandi)
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House: An Impertinent Field Guide to Modern Surveillance
(Giuseppe Futia)
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Content-Type: text/plain; charset=UTF-8
Condivido un mio breve commento sulla recente ordinanza a favore di
Soundreef e una ricostruzione generale della faccenda del cosiddetto
"monopolio SIAE":
http://www.apogeonline.com/webzine/2014/10/21/aliprandi-monopolio-siae
Un caro saluto.
--
Simone Aliprandi - http://www.aliprandi.org | http://www.array.eu
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Message: 2
Date: Tue, 21 Oct 2014 11:34:42 +0200
From: Giuseppe Futia <giuseppe.futia@polito.it>
To: nexa@server-nexa.polito.it
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Inspection House: An Impertinent Field Guide to Modern Surveillance
Message-ID: <544628B2.8030508@polito.it>
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The Inspection House: An Impertinent Field Guide to Modern Surveillance
http://cyber.law.harvard.edu/events/luncheon/2014/10/inspectionhouse
<http://cyber.law.harvard.edu/events/luncheon/2014/06/sigal>
<http://cyber.law.harvard.edu/events/luncheon/2014/06/sigal>
*with authors Emily Horne & Tim Maly*
Today, 6.30 pm
Webcast live: http://cyber.law.harvard.edu/interactive/webcast
http://nexa.polito.it/berkman-webcast-live
In 1787, British philosopher and social reformer Jeremy Bentham
conceived of the panopticon, a ring of cells observed by a central
watchtower, as a labor-saving device for those in authority. While
Bentham's design was ostensibly for a prison, he believed that any
number of places that require supervision---factories, poorhouses,
hospitals, and schools---would benefit from such a design. The
French philosopher Michel Foucault took Bentham at his word. In his
groundbreaking 1975 study, Discipline and Punish, the panopticon
became a metaphor to describe the creeping effects of personalized
surveillance as a means for ever-finer mechanisms of control.
Forty years later, the available tools of scrutiny, supervision, and
discipline are far more capable and insidious than Foucault dreamed,
and yet less effective than Bentham hoped. Shopping malls, container
ports, terrorist holding cells, and social networks all bristle with
cameras, sensors, and trackers. But, crucially, they are also rife
with resistance and prime opportunities for revolution. The
Inspection House is a tour through several of these sites---from
Guantánamo Bay to the Occupy Oakland camp and the authors' own
mobile devices---providing a stark, vivid portrait of our
contemporary surveillance state and its opponents.
'Someone you can't see is watching you. That idea, long the stuff of
feverish dystopian fantasy, is now an unremarkable statement of
fact, true in most public places, and true in many that used to be
private. Yet most of us being watched have no idea how this vast,
casual surveillance came to be, or how it works. The Inspection
House is a remedy for our collective incomprehension of the
panopticon, built in our name, that we all now inhabit.
--- Clay Shirky
About Emily Horne
Emily Horne lives and works in Toronto, Ontario. She is the
photographer and designer for the webcomic /A Softer World/, and
freelance edits books for kicks. Her work has appeared in /The
Guardian/, /The Coast/ and Tor.com. She is @birdlord on Twitter.
About Tim Maly
Tim Maly writes about design, architecture, networks and
infrastructure. He is a Fellow at Harvard's metaLAB and is big into
cyborgs. His work has appeared in /Wired/, /Medium/, /The Atlantic/
and Urban Omnibus. He is @doingitwrong on Twitter.
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