Cari tutt*, capisco il punto sollevato da karlessi sulla potenziale utilità di non imporre il diritto di vendere opere "libere". Faccio solo, qui sott, qualche pulce e aggiungo commento su alcuni punti a margine. On Mon, Mar 01, 2021 at 10:46:20AM +0100, karlessi wrote:
In questo come in molti altri casi le parole sono portatrici di un'intera visione del mondo. Dal punto di vista anglosassone, e statunitense in particolare, Free culture significa «cultura aperta al mercato». Siccome l'egemonia linguistica determina anche un'egemonia culturale, la FSF si può arrogare il diritto di stabilire cosa sia parte della cultura libera e cosa non lo sia.
Giusto per puntiglio storico: non è la FSF in quanto organizzazione che ha creato la "Definition of Free Cultural Works", anche se il gruppo che lo ha fatto includeva Richard Stallman. Inoltre, il leader di quel lavoro iniziale (Erik Möller) era tedesco, non americano. Ma sarebbe fintamente ingenuo da parte mia negare l'influenza americana sulla riflessione attorno alla cosiddetta "free culture", quindi non mi spingerò a tanto :-)
Certo è un desiderio utopico; ma ci tengo a sottolineare che il diritto d'autore è un diritto morale, non patrimoniale (non il copyright, anche se dal 1971 con gli accordi di Berna mi pare di capire che le due cose siano quasi equivalenti). In breve: https://go.circex.org/copyright
Non capisco perché dici ciò (ne in questa mail, ne nel testo citato). Il diritto d'autore moderno nasce, come giustamente riporta il testo citato, dopo la Rivoluzione Francese e avviene (aggiungo io) su impulso di Beaumarchais, che fin da subito prevede entrambe le gambe: diritti morali e diritti patrimoniali (perché Beaumarchais non voleva che i teatri parigini mettessero in scena le sue pièces senza pagarlo...).
3. non sarebbe il caso che progetti finanziati con fondi pubblici producano opere liberamente riutilizzabili, *ovviamente* anche ai fini commerciali?
Secondo me dipende. Chi è il soggetto che ne gode? Una multinazionale dai fatturati miliardari che risponde al massimo ai suoi azionisti e paga un'inezia in tasse perché fa "ottimizzazione fiscale"? Una megauniversità ammanicata con tutti i fondi di ricerca possibili, pubblici e privati, che devia gli utili in donazioni, fondazioni e startup fiscalmente esenti?
Il problema pratico è appunto nella definizione di cosa sia "uso commerciale" e cosa no. Da quanto scrivo dopo nella tua mail mi viene da pensare che anche tu sia d'accordo su questa difficoltà. Ad esempio: se uso materiale protetto da diritto d'autore in una lezione universitaria (pubblica), e visto che io sono pagato per insegnare, sto facendo un "uso commerciale" del materiale o no? E ci sono innumerevoli casi con sfumature ancora più complicate. La posizione "nessuna restrizione per uso commerciale è accettabile" ha il vantaggio pragmatico di evitare questi dilemmi. Massimizza il riuso da parte dei "piccoli/buoni", al prezzo di permetterlo anche ai "grandi/cattivi" (perdonatemi per la semplificazione). Concordo sul tuo "dipende" qui sopra, ma la soluzione che io preferisco resta (1) il divieto di restrizioni commerciali, da combinare con (2) le varie forme di copyleft/licenze con reciprocità esistenti. Mi sembra una scelta politica preferibile all'uso di restrizioni commerciali che fanno più danno (a mio avviso) ai piccoli che ai grandi. Ciao -- Stefano Zacchiroli . zack@upsilon.cc . upsilon.cc/zack . . o . . . o . o Computer Science Professor . CTO Software Heritage . . . . . o . . . o o Former Debian Project Leader & OSI Board Director . . . o o o . . . o . « the first rule of tautology club is the first rule of tautology club »