Conversazione con Philippe Aigrain
Tiziano Bonini
Questa estate ho letto Illusioni Perdute di Balzac, un grande
classico che ritrae con precisione millimetrica la vita precaria e
bohémien della “classe creativa” parigina degli anni trenta
dell’Ottocento (scrittori, giornalisti, poeti, pittori, tipografi,
critici teatrali, attori, editori). Sembrava di leggere le cronache
dei lavoratori della conoscenza di oggi: squattrinati, costretti ad
uscire tutte le sere per incontrare persone (faccio cose, vedo
gente) che potrebbero darti un lavoro, un mese pieni di soldi il
mese dopo al verde. Se è vero però che il lavoro nelle industrie
creative è sempre stato difficile per sua natura, l’aumento della
produzione di contenuti e la frammentazione del pubblico hanno messo
in crisi il modello di sopravvivenza delle economie culturali e
creative.
Chi dà la colpa alla pirateria, chi alle reti p2p, chi alle vecchie
industrie culturali incapaci di adattarsi, chi ad Amazon che rovina
l’editoria e Google che rovina il giornalismo, ma nessuno ha
soluzioni concrete, se non tassare (giustamente) di più i futuri
media mogul. È un film già visto in passato: negli anni venti
l’industria musicale aveva paura che la radio facesse vendere meno
dischi, i giornali avevano paura che la radio facesse vendere meno
giornali, la radio aveva paura che la tv le rubasse il posto,
Hollywood che le videocassette le facessero vendere meno biglietti
del cinema e così via, fino all’arrivo di Internet, che ha messo in
crisi tutte le industrie precedenti.
Uno dei più attenti analisti dei cambiamenti in corso nell’economia
di prodotti culturali e creativi è Philippe Aigrain, autore del
libro Sharing. Culture and Economy in the Internet Age (Amsterdam
University Press, 2012), che Doppiozero aveva recensito qui.
Aigrain, oltre ad analizzare il cambiamento, ha anche una sua
soluzione, molto pratica (e molto complessa nell’applicazione), che
consiste nella riforma del modo in cui finanziamo i lavori creativi,
attraverso un contributo che lui chiama “creative contribution”.
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http://www.doppiozero.com/materiali/chefare/conversazione-con-philippe-aigrain