Il 24/01/2011 22:52, bernardo parrella ha scritto:
grazie,
ma non sono l'unico ignorante, per fortuna ;)
Direi "per sfortuna" più che "per fortuna"... fatevi buona
compagnia. ;)
http://www.bbc.co.uk/news/technology-12171977
Jimmy Wales:
“The core of their work is not about Wiki at all – Wiki is a
collaborative editing process, it’s a group of people coming
together to collaboratively write something. And what Wikileaks is
doing is getting documents and leaking them.”
Pensavo che il problema fosse più che altro filosofico, che
concernesse il mettere in dubbio che la trasparenza degli organi
governativi possa portare benefici alla popolazione e che favorisca,
in misura grande o piccola, il collasso di quelle organizzazioni
governative che hanno bisogno di mentire al proprio popolo per poter
operare o per poter conseguire obiettivi nocivi per la stessa
popolazione che dovrebbero rappresentare.
Vedo che invece il problema è ancora più profondo per cui vale la
pena secondo me ritornarci. Prima di tutto è falsa l'affermazione di
Wales, l'opera di WikiLeaks non è solo quello, ma include
esattamente editing partecipativo, soprattutto in tutte quelle
circostanze in cui è indispensabile editare i documenti prima di
affidarli alla stampa (o in collaborazione con la stampa classica)
per rimuovere da essi date, nomi, località e altre info che possano
rappresentare rischi gravi per l'incolumità personale di qualcuno
(per es. gli informatori delle forze alleate in zone di guerra).
Cambiano però, ed è giusto che sia così, rispetto a Wikipedia, i
prerequisiti minimi per la partecipazione. Wikipedia impone alcuni
prerequisiti minimi, Wikileaks altri. Wikileaks non vuole essere
un'enciclopedia con documenti modificabili da tutti come presumo
Wikipedia non sia interessata ad avere gli strumenti e la capacità
di investigazione per la verifica dell'attendibilità delle fonti e
la veridicità dei documenti pervenuti.
In secondo luogo, sospettavo che ci fosse una confusione
fondamentale fra Internet e www, e la conferma ce l'ho da questa
frase:
> Il paradosso di un fenomeno percepito come frontiera del web
Fortunatamente per "l'umanità", il web contiene una frazione minima
(< 10%) delle informazioni veicolate su Internet (il web
"indicizzato" stenta ad arrivare a 9000 TB, a fronte dei 90.000 TB
accessibili e indicizzati da UNA SOLA delle tante reti p2p di
medio-grandi dimensioni - visto l'orario, magari ti posso fornire in
futuro le ricerche che mostrano questi dati).
WikiLeaks trae la sua forza tecnologica perché opera in Internet
fuori dal web. I siti di WL sono la vetrina per rendere l'accesso
più facile a chiunque, anche privo di qualsiasi conoscenza
informatica. Il www di per sé è stupendo, ha l'inestimabile pregio
di poter essere utilizzato dalle nonne e dai bambini di 5 anni, ma è
vulnerabile e censurabile; se un'organizzazione come WikiLeaks si
affidasse esclusivamente al web come fa Wikipedia, molto
difficilmente potrebbe operare. Lo stesso lavoro collaborativo ed
organizzativo si svolge fuori dal web.
Nell'articolo c'è anche a mio avviso una perla in negativo, dopo
aver criticato l'etica hacker leggo:
> Quando invece meglio sarebbe sottolineare il successo
dei social media
Meglio per chi?
Bloccare l'accesso ai social media da parte di un governo
determinato richiede pochi minuti. Chi credi che dia accesso
gratuito ai social media (ma soprattutto a tante altre informazioni
e alla possibilità concreta di disseminarle) tramite tunnelizzazione
se non i tanto bistrattati (nell'articolo) hacker coerenti con la
propria "etica hacker" quando i governi oscurano e censurano?
Sono i social media con la loro centralizzazione e il vulnerabile
rapporto client/server ad essere un regresso tecnologico di 20 anni.
Possono diventare una minaccia gravissima alla libertà d'espressione
se considerati come strumenti preferenziali per la disseminazione
di informazioni. E ne abbiamo le avvisaglie, quante persone o NGO
quando si vedono la loro pagina cancellata da Facebook o il loro
account sospeso, o il loro canale cancellato da YouTube si sentono
"imbavagliate"? E' assurdo, sarebbe come avere a disposizione un jet
privato e una Ferrari e sentirsi immobilizzati perché qualcuno ti ha
sgonfiato la gomma del monociclo, ma per alcuni è già così. Fossi un
censore di uno stato poco democratico incoraggerei la
centralizzazione e l'uso dei social media odierni, perché alla
bisogna potrei facilmente renderli inoffensivi in tempi lampo.
Affidarsi ai social media come "efficaci strumenti di trasparenza e
democrazia" (frase tratta dall'articolo) è un errore gravissimo,
anzi un attentato alla libertà di espressione e di informazione,
significherebbe riconsegnare ai governi (o addirittura ad un pugno
di multinazionali) su un piatto d'argento lo stesso identico potere
di controllo che hanno su giornali, radio e televisione.
Ciao,
Paolo