Caro Antonio,

 

rispondo molto volentieri alle tue domande su quanto è a mia conoscenza. Con un certo ritardo, dovuto al fatto di dover far mente e cuore locali per il mio coinvolgimento su quasi tutti i temi che tocchi nella tua mail.

Come fonte prioritaria sul movimento del commoning terrei presente il sito della Fondazione P2P e la rivista Journal of Peer Production. Aggiungerei come basi due volumi recenti: Bollier e Helfrich 2015 Patterns of Commoning, Off the Commons Books e degli stessi autori 2019  Free, Fair, and Alive: The Insurgent Power of the Commons New Society Publishers.

Ci sono alcuni programmi di ricerca europei conclusi o in corso che si ispirano a questa prospettiva. Ad esempio, posso citarne due di cui ho fatto o faccio, parte: Co-City del Comune di Torino http://www.comune.torino.it/benicomuni/co-city/index.shtml  e CO3 (https://www.projectco3.eu/it/ , in corso), entrambi con coordinamento per la parte accademica di Guido Boella del Dipatimento di Informatica dell'Università di Torino. Molto interessante anche quello in cui è coinvolta Nexa per la parte giuridica: Decode https://decodeproject.eu/

Un altro programma è D-Cent https://dcentproject.eu/ e P2P models https://p2pmodels.eu/ , entrambi conclusi. La lista non è esaustiva... C'è altro e ciò vale solo come spunto. Sono in corso varie esperienze di co-progettazione con l'impiego di tecnologie di archiviazione distribuita che mirano ad un'economia dei commons. Sto facendo una ricerca con il dr. Sowelu Avanzo basata sulla metodologia della grounded theory sul commoning digitale e presto avremo qualche risultato da condividere.

Con il gruppo di ricerca WiseLifeLab (Sowelu Avanzo e Giulio Peraldo, più altri collaboratori temporanei), presso il Dipartimento di cui faccio parte, stiamo sviluppando un protocollo per la co-progettazione di ecosistemi ispirati ad un commoning saggio e giusto, chiamato 3S-Social Shield Shaper: una bozza è su GitHub. Esso è in linea con un modello che considera anche le tecnologie del sé come basi per la co-progettazione e che mira ad evitare il determinismo, superando la divisione individuo-società, o micro-macro, tipica della sociologia tradizionale. 

L'intento è proprio quello di rispondere a quell'inquietudine che ti ha portato al filosofo sudcoreano che citi, con la differenza che credo sia meglio superare le barriere accademiche tra discipline e contribuire ad un paradigma transdisciplinare che includa le dimensioni emozionale e sensoriale e tenga conto della nostra impermanenza e riprenda le tradizioni di saggezza, inclusa quelle religiose, in un'ottica laica e non gerarchica (e maschile), ma P2P per così dire. A questo proposito c'è un bel saggio di Michel Bauwens che suggerisco di leggere https://wiki.p2pfoundation.net/Next_Buddha_Will_Be_A_Collective 

Quest'ultimo punto concilia una rifondazione delle scienze sociali con l'approccio contemplativo, una volta ridefinito in forma non religiosa e con un linguaggio davvero universale e scientificamente accettabile. Dal 1998 mi dedico a questo, curando tre volumi sul tema (se hai interesse ti mando dei capitoli): 1) con Valerie Bentz Contemplative Social Research, Fielding University Press del 2016, 2) The Pursuit of Happiness and the Traditions Wisdom del 2014 (Springer) e 3) con Z. Walsh Co-designing Economies in transition, in cui sono ospitati testi di giuristi, sociologi, economisti e filosofi oltre che informatici.

Spero di concludere per l'estate un volume sul Wise Commoning per cui ho da tempo un contratto con Palgrave...      Inoltre,      sempre dal 1998 ho introdotto le pratiche contemplative nei miei corsi di sociologia, presentate come metodi di conoscenza in prima persona,      arrivando a fare un corso senza alcuna etichetta disciplinare (sociologica): Soft Skills and Life Skills in Organizations and Communities. Purtroppo, pur avendo avuto un buon successo con gli studenti,      è durato solo un anno - 2016-2017, essendo stato cancellato senza      alcun motivo apparente dal      Dipartimento di Management presso il quale si teneva. Qualche tempo dopo lo stesso Dipartimento ha introdotto      il corso Spiritualità e Tecnologie tenuto da Don Peyron, molto attivo in questa newsletter. Oltre al dispiacere personale che ne ho derivato, mi ha rammaricato e tuttora mi rammarica che una università statale      abbia compiuto questa scelta, cancellando un      corso a impostazione laica sulla dimensione esistenziale e contemplativa in relazione alle tecnologie digitali, per di più tenuto da un docente di ruolo. A mio parere sarebbe stato giusto e utile mantenerli entrambi. Purtroppo nessun collega ha creduto allora di prendere posizione, non tanto a mia difesa, ma a supporto della visione culturale secolare che era alla base del mio corso

Sono però convinto che, se il progetto ha valore, camminerà lo stesso anche senza di me ed altrove.

Lo scrivo qui ed ora in quanto sono prossimo alla pensione, e lascio con una certa amarezza perché la visione di una ricerca transdisciplinare, orientata ad una teoria generativa, di impronta post-costruttivista e non deterministica, cui ho dedicato più di vent'anni, aveva anche l’aspirazione di influire sulle modalità di fare didattica, innovandola alla radice, oltre l’apprendimento ipercognitivo dominante, anche allo scopo di favorire il benessere degli studenti. 

Non dubito che anche in Italia ci sia una cultura laica che saprà, senza inutili contrapposizioni, trovare il suo spazio ben oltre gli stantii dibattiti tra "scienza e religione". Il successo del movimento della mindfulness dovrebbe a questo proposito insegnare qualcosa (allego quattro voci).

 

Spero, Antonio, che a parte la digressione personale, quanto sopra ti sia di qualche utilità.

 

Un saluto,

 

    Vincenzo Giorgino

 



Il sab 3 apr 2021, 10:40 Antonio Iacono <antiac@gmail.com> ha scritto:
> sono d'accordo con quanto scrivi ma credo che uscire allo scoperto unendo le sensibilità personali sulla questione andrebbe oltre questa lista. Essa può essere utile per indicare problemi, lanciare una discussione, ma nn è un movimento.

Capisco, quindi una sorta di "comunicazioni agli addetti", una bacheca
di spunti più o meno interessanti, da approfondire altrove o utili ad
arricchire il proprio bagaglio culturale.
Peccato, per un po' ho pensato di trovarmi in una moderna agorà. Il
"medium", la mailing list, è il mezzo di comunicazione che preferisco
in assoluto e la vivavità delle discussioni mi ha portato ad
immaginare un "luogo" in cui gli argomenti, via via proposti,
potessero essere affrontati in tutte le sfaccettature, da più punti di
vista, ognuno, ovviamente con le proprie idee e sensibilità.
Quello che chiedevo nella precedente email era solo questo, una
partecipazione più ampia, non certamente di trasformare questo spazio
gentilmente offerto dal Nexa in una, come si usa dire adesso, "bolla
ideologica" o "camera dell'eco", né in comunità o movimento.

> Per quello io credo già ci siano delle opportunità, e penso al movimento dei commons fondato da Bauwens, Bollier ed Helfrich.

Movimento che negli ultimi anni, purtroppo, sembra arenatosi. Se non è
così, per favore potresti darmi link e riferimenti ad iniziative
recenti? Grazie.

> Lo scopo è inserire le tecnologie informatiche ed il sapere a loro connesso in un quadro più articolato, perché nessuna tecnologia è avulsa dai rapporti sociali.

Perfettamente d'accordo, ed è proprio per questo che è importante
l'apporto degli "studiosi del sociale". In questi giorni sto leggendo
Byung-Chul Han, un filosofo molto critico nei confronti della rete.

> E a complicare il quadro c'è un'esigenza di fondo che integra la visione dominante dei rapporti sociali con una domanda esistenziale, componente tenuta sinora fuori dalle discipline che se ne occupano - le scienze sociali - per motivi di affermazione accademica (replicare il successo delle scienze naturali).

Scusami, non facendo parte del corpo accademico, questa tua ultima
frase mi è poco chiara, quale è stato il "successo delle scienze
naturali"?

Antonio