Lo merita...

Marco Ricolfi



Il giorno 16/nov/2014, alle ore 19:58, Carlo Blengino <blengino@penalistiassociati.it> ha scritto:

Ciao Alessandro, 
la mia sintesi (un po' polemica,sorry) era rivolta a Bernardo ed ai "feudatari" del web da "colpire nel portafogli", di cui ho per altro apprezzato la risposta di poco fa e che ringrazio (ed a cui semmai risponderò in privato x evitare intasamenti in lista).La sintesi del mio pensiero era: occhio, che per colpire i feudatari (giusto o sbagliato che sia) rischiamo di fare stupidaggini a danno del web in europa, come nel caso del copyright sulle news o appunto a mio giudizio nella sentenza Google Spain.
L'accenno sul finale al tuo commento su quest'ultima vicenda era dovuto proprio all'avallo che mi pare tu dia ad una sentenza che soffre a mio giudizio della medesima impostazione punitiva.
E' una impostazione - su questo concordo con te- prima di tutto "politica", a cui sono seguite risposte che tu interpreti (non concedendo nulla alla buona fede di G.) come solo politiche. Può anche esse vero (ogni tesi è legittima) ma la ragione del pasticcio sta proprio nell'errore della Corte: fare una sentenza politica piegando il diritto. Le conseguenze di quella "titolarità" del dato per l'attività di indicizzazione dei motori di ricerca (su cui anche tu hai dubbi) rende incompatibile la vecchia direttiva (e temo per la nuova normativa) con buona parte dei servizi intermediari del web attuale. Ma di questo nessuno si preoccupa, perchè il fine era dare un messaggio politico (magari anche legittimo,eh!), ad un accidente della storia, ovvero al quasi monopolio di G., incuranti delle conseguenze sull'ecosistema del web. Ecco, questo mi preoccupa. Non so se ho chiarito le mie perplessità, e non ho alcuna velleità di esser imparziale. Certo sarebbe bello confrontarsi con maggior tempo su questi temi senza rischio di fraintendimenti. Forse il tema merita un Mercoledì a Nexa? 
A presto
Carlo       

Il giorno 16 novembre 2014 13:40, Alessandro Mantelero <alessandro.mantelero@polito.it> ha scritto:
Caro Carlo,

Mi spiace ma non ho dipinto “le imprese americane che dominano il web come profittatori, artefici di malvagie macchine da soldi ai danni dei poveri cittadini europei -da colpire nel portafogli”. Ho semplicemente svolto un’analisi giuridica e proposto una soluzione che mira invece a conciliare le esigenze d’impresa con la tutela delle persone.

Da sempre infatti, lo testimoniano gli scritti ed il recente simposio sulla privacy al Politecnico cui hanno partecipato Facebook e Microsoft, la mia posizione è quella di cercare di garantire la massima tutela possibile alla persona, senza estremismi e comprendendo le ragioni di impresa.

Proprio tale approccio è equidistante sia da un’infatuazione per la tutela a tutti i costi e oltre ogni senso dei diritti (vedi mia critica su caso Cassazione italiana e oblio per archivi di giornale, come anche critiche sul fatto che spetti a Google valutare le violazioni del c.c. oblio), sia da una visione rosea delle imprese come animate dal fine principale di tutelare i diritti delle persone. E questo vale tanto per le imprese US, che UE, che di ogni altra aerea.

Finché invece si continua a preferire la strada di una critica per  opposizione a quella di una critica costruttiva credo non si vada da alcuna parte. In questo spirito l’articolo era di critica costruttiva, non negando le evidenti ragioni “politiche” (ma vai a rivedere l’accezione in cui uso l’aggettivo) della Corte, nonché le altrettanti ragioni di politica industriale dell’impresa; suggerendo però una soluzione che punti al bilanciamento di interessi, come nella natura dell’azione giuridica.

Infine, anche fra imprese occorre fare distinguo. In materia di privacy ci sono imprese US che hanno fatto azione legale contro il governo US per aver trasparenza circa le richieste di accesso, ci sono imprese che hanno adottato nei loro contratti le clausole-tipo UE sulla privacy, ci sono imprese che applicano ai loro contratti la legge nazionale del contraente, ecc.
Per questo serve un dialogo costruttivo. Ne ho, da ultimo, avuto conferma in questi giorni a Santiago dove, ad un convegno sulla privacy, ho avuto un interessante confronto sull’oblio proprio con uno dei responsabili di Google per il Sudamerica.

A presto,
A.





On Sat, 15 Nov 2014 17:28:37 +0100
 Carlo Blengino <blengino@penalistiassociati.it> wrote:
Caro Bernardo, ho letto con attenzione il Tuo pezzo su Nova, e ti confesso che mi sfugge la
logica per cui sarebbero primi positivi passi per combattere
il “feudalesimo della rete” la legge Spagnola che colpisce gli
aggregatori di notizie o il diritto all’oblio come delineato dalla
nota sentenza Google Spain.
Mi pare l’opposto: l’effetto di un nuovo “diritto di citazione” sottoposto a
compenso (sia esso costruito come limitazione ad una sacrosanta -e obbligatoria- libera
utilizzazione o come nuovo diritto) ha come unico effetto di rafforzare le
posizioni dominanti, escludendo di fatto dal mercato ogni nuovo servizio.
La chiamano “Google tax” giusto per cavalcare l’onda emotiva del leviatano
da colpire, ma Google sarà in Europa uno dei pochi in grado di trattare ed
(eventualmente) di pagare, ottenendo per altro ex lege l’estromissione dal
mercato di qualsivoglia nuovo servizio che basi il proprio business sulla
circolazione dei contenuti.
Quanto a quella specie di diritto all’oblio limitato ai motori di ricerca creato dalla ECJ mi è difficile capire quale vantaggio possa creare alla libera concorrenza o alla lotta ai "quasi monopolisti". La sentenza anzi mi pare prenda atto e legittimi una situazione di quasi monopolio di Google, consolidandolo.

I problemi che poni sono reali e complessi, ma ho la sensazione che continuare a dipingere le imprese americane che dominano il web come profittatori, artefici di malvagie macchine da soldi ai danni dei poveri cittadini europei -da colpire nel portafogli come affermi-, sia strada che non giovi affatto ad internet.
E' un approccio che traspare anche nel contributo postato da Alessandro in relazione proprio alla sentenza Google che mi pare ben rappresenti una visione politica più che giuridica (la stessa della Corte) che giudico distopica e pericolosa.

Con stima
Carlo

In mobilità


Il giorno 14/nov/2014, alle ore 09:21, A Dicorinto <arturo.dicorinto@uniroma1.it> ha scritto:

Bell'articolo--
poni delle domande che sono retoriche solo nella formulazione, e io sono d'accordo che rischiamo un nuovo feudalesimo digitale con tanti schiavi della gleba: noi.

Il giorno 13 novembre 2014 16:26, bernardo parrella <bernardo.parrella@gmail.com> ha scritto:
....qualche mia personalissima riflessione sull'urgenza di contrapporsi alla nuova èlite digitale, ai "quasi monopolisti" di internet, al feudalesimo online....e quindi la Dichiarazione dei diritti in Internet come strumento importante (pur con tutti i difetti) in tal senso, all'interno del variegato fronte che qua e la' nel mondo continua a battersi per internet come bene pubblico :

http://bernardoparrella.nova100.ilsole24ore.com/2014/11/13/billofrights-per-fermare-i-quasi-monopolisti-di-internet/

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Avv. Alessandro Mantelero, PhD
Aggregate Professor, Politecnico di Torino
Director of Privacy and Faculty Fellow, Nexa Center for Internet and Society

Research Consultant, Sino-Italian Research Center for Internet Torts at Nanjing University of Information Science & Technology
Coordinator, Double Degree program in Management and IP Law, Politecnico di Torino–Tongji University of Shanghai

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