L’algoritmo della precarietà, il caso Foodora
Lo sciopero dei fattorini di Foodora ricorda quanto avvenuto
questa estate a Londra, dove a scioperare sono stati i lavoratori
di Deliveroo e UberEats. La gig economy, tra riproposizione del
“vecchio” e elementi di novità
Arianna Tassinari, Vincenzo Maccarrone
17 ottobre 2016 | Sezione: Italie, Lavoro, Società
Sabato 8 ottobre una cinquantina di lavoratori di Foodora, impresa
attiva nel settore della consegna cibo tramite fattorini in
bicicletta, sono scesi in piazza a Torino per protestare contro le
condizioni di lavoro imposte dall’azienda. La vicenda ha avuto molto
risalto mediatico e diversi quotidiani hanno parlato dell’azione dei
lavoratori di Foodora come del primo sciopero in Italia della
cosiddetta sharing economy.
Questa terminologia è però scorretta. Si parla solitamente di
sharing economy in riferimento all’attività di aziende come
Blablacar o Aibnb, che operano tramite piattaforme online che hanno
essenzialmente la funzione di mettere in rete compratori di servizi
e venditori che ‘condividono’ un loro bene, come la propria auto o
la casa. Diverso è invece il caso di imprese come Foodora o
Deliveroo: queste compagnie offrono un servizio di consegna cibo dai
ristoranti agli utenti, utilizzando lavoratori che danno la propria
disponibilità in precise fasce orarie tramite una applicazione per
smartphone. L’unico elemento in comune tra i due tipi di attivitá é
il fatto che basano le proprie operazioni su piattaforme digitali,
ma la somiglianza finisce qui. L’uso di una app per intermediare la
domanda e l’offerta di servizi e consumi e per gestire l’allocazione
delle prestazioni lavorative accomuna dunque Foodora e Deliveroo ad
altre piattaforme digitali di ‘micro-lavoro’, come Uber,
MechanicalTurk o Task Rabbit, che ben poco hanno a che fare con
l’idea di ‘condivisione’. In questo caso si tende perciò a parlare
di gig economy, o “economia dei lavoretti” (gig).
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