Agguato a Belpietro e
adesso il ministro Maroni vuole mettere il bavaglio alla Rete
Nella grande
incertezza delle indagini, il capo Viminale su una cosa non ha
dubbi. Il colpevole è internet. "Qui - dice il ministro - si
leggono accuse che possono dare a qualche mente malata lo spunto
ad agire”
Le
indagini sul presunto attentato al direttore di Libero,
Maurizio
Belpietro, sono appena cominciate ma il ministro
dell’Interno,
Roberto Maroni, ha individuato
almeno un mandante: internet. Qui, ha spiegato Maroni, “si leggono
accuse che possono dare a qualche mente malata lo spunto ad
agire”. Nel Palazzo la rete è vista come un bombarolo anarchico
irriducibile da catturare e imbavagliare. Soprattutto per gli
esponenti del Pdl. I due video diffusi ieri, che riprendono
Silvio
Berlusconi mentre racconta una barzelletta su
Rosy
Bindi con bestemmia e, l’altro, mentre attacca la
magistratura con un gruppo di sconosciuti sotto Palazzo Grazioli,
sono arrivati alla conoscenza di tutti proprio grazie a internet.
A ogni petardo che esplode (come quello lanciato poche settimane
fa a Torino sul palco della festa del Pd) c’è qualcuno che punta
il dito contro la troppa libertà di internet. Quando, il 13
dicembre 2009, il premier venne colpito dalla statuetta del Duomo
scagliata da
Massimo Tartaglia, Maroni propose
una legge per “sanzionare chi supera determinati limiti” in rete.
Mentre il presidente del Senato,
Renato Schifani,
sentenziò: “Facebook è più pericoloso dei gruppi extraparlamentari
degli anni 70”. Sul social network, a dire della seconda carica
dello Stato, “si leggono dei veri e propri inni all’istigazione
alla violenza. Negli anni 70, che pure furono pericolosi, non
c’erano questi momenti aggregativi, che ci sono su questi siti.
Così si rischia di autoalimentare l’odio che alligna in alcune
frange”.
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