La nostra organizzazione si chiama “Tech Workers Coalition”: la scelta del nome ovviamente non è casuale ma è frutto di riflessioni avvenute a monte della creazione della prima sezione in USA. Ma che cos’è esattamente un Tech Worker? Perché questa dicitura? Vediamo di ripercorrere insieme le idee che stanno dietro a questo termine che, fino a pochi anni fa, era molto raro. Vi sono dietro al termine due idee fondamentali: 1) Un lavoratore che lavori nell’industria tecnologica deve organizzarsi con tutte le persone che ha intorno, a prescindere dalle differenze di mansione e di salario. 2) Un tecnico (per esempio un informatico) o un creativo (per esempio un grafico) sono lavoratori come gli altri, nonostante spesso non ne siano consapevoli e siano immersi in una cultura che li inquadra come potenziali imprenditori in attesa, o come imprenditori che hanno fallito a mettersi in proprio per mancanza di talento o di forza di volontà. [...] i programmatori italiani, pur avendo condizioni lavorative sicuramente migliori di tante altre figure, non godono minimamente degli stessi privilegi delle loro controparti americane. Se in USA un ingegnere del software pagato 160.000 dollari l’anno richiede parecchio impegno per essere convinto di avere interessi comuni con una donna messicana che gli pulisce la scrivania, in Italia una programmatrice che lavora 10 ore al giorno ed è pagata 25.000 euro nonostante diversi anni di esperienza, sarà molto più facile da convincere. La distanza tra lei e la persona che le serve il pranzo in mensa è molto minore. [...] In USA, buona parte del settore tecnologico si è sviluppato in una dimensione ideologica molto specifica che oggi per semplicità chiamiamo Ideologia Californiana, dal nome dell’omonimo articolo di Richard Barbrook e Andy Cameron. Oltre alla natura salvifica e liberatoria della tecnologia, la cancellazione della sua dimensione politica e l’esaltazione della competizione, questa ideologia ha lasciato un’altra impronta importante sul settore tech: l’idea che ogni persona con competenze tecniche non sia un lavoratore, ma un imprenditore di sé stesso, associato temporaneamente e per libera scelta ad una o all’altra azienda per coltivare interessi specifici per poi, prima o dopo, mettersi in proprio. Quest’idea si è tradotta in tante storture del mondo tech, come ad esempio l’incentivo a cambiare spesso azienda, l’ostilità alla sindacalizzazione o la pressione a coltivare le proprie competenze lavorative durante il tempo libero, portando spesso a comportamenti disfunzionali, isolamento sociale, stress, fear of missing out e in generale ad un’erosione tra tempo del lavoro e tempo personale. L’IT italiano, pur esistendo in una società diversa, ha importato in parte questi valori alieni nella provincia dell’Impero, con un senso di emulazione, spesso goffa, dei modi e dei costumi della Capitale: la Silicon Valley. [...] buona parte dello sviluppo tecnologico in Italia è fatto in una condizione di entreprecariato. Titolo di un libro di Silvio Lorusso, questo termine descrive la condizione in cui il lavoro precario e l’imprenditorialità si confondono in maniera tossica e il lavoratore è costretto a spendere tempo ed energie nel promuovere sé stesso ai clienti, nel costruirsi un brand personale, il tutto senza il ritorno economico legato al prendersi il rischio imprenditoriale. [...] Quindi il Tech Worker vuole opporsi a questa idea del lavoro. Creare software, creare tecnologia, è un lavoro e chi lo svolge è un lavoratore. [...] L’obiettivo non è creare un conflitto tra questi lavoratori, ma liberare entrambi dalla pressione economica, psicologica e sociale operata da questa ideologia. Continua su https://twc-italia.org/news/2020-07-05-tech-workers/ Giacomo