Anna, queste sono le mie riflessioni, in attesa di leggere la sentenza. La condanna in primo grado dei responsabili di Google Italia per violazione della privacy equivale a considerare responsabili di molestie sessuali o di dileggio da branco bullismo i dirigenti dell'azienda dei trasporti municipali, anch'essi veicoli pubblicitari. E' necessario definire e discutere il modello di business di Google evitando il rischio di ridurre piattaforme digitali di scambio disintermediato a modelli editoriali broadcasting. La Direttiva Europea sul commercio elettronico 2000/31/CE esonera da qualsiasi responsabilità gli intermediari che hanno un ruolo passivo che provvedono al "trasporto" di informazioni provenienti da terzi, limita la responsabilità dei prestatori di servizi per altre attività intermediarie come l'archiviazione delle informazioni. Gli Stati membri e la Commissione incoraggiano l'elaborazione, da parte di associazioni professionali e delle associazioni dei consumatori, di codici di condotta a livello comunitario volti a contribuire all'efficace applicazione della direttiva. (art. 16). Il tribunale di Milano ha invece ha ritenuto il provider del sevizio online altrettanto responsabile di contenuti messi online e che violano la legge. Per la verità GOOGLE, insieme a molte altre corporation, ha adottato un codice sulla privacy, ma anche qui occorre un processo multistakeholder per una definizione corresponsabilizzante. Ancora una volta l'Italia rischia di tradurre una direttiva europea attraverso una giurisprudenza che ne discute i presupposti. Già il "Decreto Urbani" equiparava il peer to peer di materiale coperto da diritto d'autore a fini non commerciali alla contraffazione, un'equiparazione che la direttiva europea esplicitamente negava. Un illecito penale con una sanzione pecuniaria in luogo del carcere grazie all'azione emendativa condotta in Parlamento insieme a migliaia di naviganti in rete. Non preoccupa il necessario adattamento e le conseguenti trasformazioni, per altro in atto, nel mercato dell'editoria. Occorre considerare l'ampliamento del concetto di privacy nell'era della pervasività digitale, con la possibilità di tracciabilità pressoché assoluta quindi di conseguente profilazione e previsionalità ben oltre l'advertising, bensì legata alle espressioni identitarie, culturali, sociali, sessuali, religiose e politiche. Ciò che occorre è la definizione di un codice di autoregolamentazione della privacy definito attraverso un processo multistakeholder e non solo da parte delle azienze, come Google, Microsoft ed altre hanno fatto insieme.L'accusa nel caso "Vividown" ha sostenuto che il video era stato classificato come "funny" , inserito in un sistema "taggato", quindi con un trattamento illecito di dati personali sensibili. Il problema è dunque questo: oggi strumenti automatici possono svolgere un servizio che esami dei contenuti, attraverso la semantica, con indicizzazioni, classificazioni, organizzazioni. Un servizio con ricavi economici derivati da questa attività può essere un "mere conduit"? All'IGF-ONU di Rio nel 2007 una dichiarazione congiunta dei governi brasiliano e italiano che indicava proprio nell'Internet Bill of Rights, la Carta dei Diritti per Internet, lo strumento per garantire libertà e diritti nel più grande spazio pubblico mai conosciuto. La stessa Commissione sulle Libertà Civili e la Giustizia del Parlamento Europeo aveva già esortato un anno fa tutti gli stakeholders della Rete all'impegno nel processo in corso per la carta dei Diritti di Internet Pochi giorni fa in Brasile il Comitato per la Gestione di Internet ha approvato i principi guida utilizzati nel processo aperto, coordinato dal Ministero della Giustizia, per direttive e regolamenti. Al punto 7 dice:" - La responsabilità delle attività illecite è personale e non di chi offre i servizi di connessione e le piattaforme di comunicazione." In Brasile, appunto. ciao Fiorello ________________________________ Da: nexa-bounces@server-nexa.polito.it [mailto:nexa-bounces@server-nexa.polito.it] Per conto di Masera Anna Inviato: giovedì 25 febbraio 2010 20.28 A: 'nexa@server-nexa.polito.it'; 'nexa-fellows@server-nexa.polito.it' Oggetto: [nexa] I: Libertà e responsabilità Priorità: Alta scusate lista, mi scrive questo lettore a proposito del mio articolo uscito oggi sulla stampa (lo trovate a questo link sotto) http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7025... <http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7025...> non gli ho ancora risposto ma mi sembra che possa interessarvi e sarei felice di rispondergli con il vostro contributo, grazie anna www.lastampa.it/masera ________________________________ Da: rmfdl Inviato: giovedì 25 febbraio 2010 A: Masera Anna; Sabadin; Bardazzi Oggetto: Libertà e responsabilità l'articolo della Signora Masera descrive i fatti della sentenza di Milano su Google ma purtroppo li ammanta di un tifo spinto e acritico a favore delle tesi di Google (che costituiscono la tipica applicazione del fondamentalismo liberista a un danno delle norme a tutela della libertà di ciascuno e non solo del potente di turno). Non intendo qui riesaminare tutti gli aspetti della questione che già emergono dagli articoli di Sabadin e di Bardazzi. Ma desidero rilevarne uno. Lei è rimasta prigioniera dell'immagine giornalistica di internet come autostrada. Siccome però la funzione di internet e quella delle autostrade sono assai differenti quanto a contenuti diffusi e quanto alla pervasività di ciò che vi transita, il paragone da Lei proposto non regge. Primo, i siti non sono caselli autostradali. Mentre i reati contestati a Google sono possibili solo in quanto sussiste il servizio di Google, quello di guidare senza patente preesiste al casello e non ha bisogno dell'autostrada per essere commesso. Oltretutto, a quanto si è capito, quello che il giudice milanese contesta a Google non è il fatto di aver pubblicato i filmati ma il fatto di non aver rispettato l'indirizzo europeo di rimuovere i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza ( Google lo ha fatto circa due mesi dopo, dato che la reclame è l'anima del commercio). Secondo, il nocciolo degli affari pubblicitari di Google , diversamente da quello delle autostrade, consiste proprio nel poter mettere in rete senza controllo. Di nuovo, al casello non servono controlli perché vi si arriva dopo aver già commesso il reato ( anche se privi di patente) . Invece Google pretende di non dover controllare niente proprio in nome dei propri interessi commerciali, dimenticando che gli interessi commerciali non sono una questione di principio equiparabile al come dare regole per la libera circolazione delle idee e di per sé necessitano il rispetto di regole ( del tipo igienico oppure antisofisticazioni oppure antimonopolio, etc.). In ambo i casi non è pensabile che Google (in questo caso) possa fare liberamente tutto senza avere la responsabilità di quello che fa. Questa connessione tra libertà e responsabilità è l'abc del liberalismo che non a caso i liberisti vogliono travolgere nel segno della legge della giungla ( che liberale non è). La ho disturbata perché si tratta di questioni molto importanti ( costruire norme per organizzare l'esercizio della libertà) su cui penso sia indispensabile l'apporto di ogni persona che la voglia davvero. I migliori saluti Raffaello Morelli