Buongiorno Enrico, Io vedo (e vivo) una differenza enorme tra quando pubblico su il Post e quando faccio un tweet (purtroppo non sono su facebook, ma immagino sarebbe lo stesso). Su Twitter io mi sento (a torto lo so) padrone del mio spazio e la responsabilità è (e la sento) solo mia, nel bene e nel male. Non ho filtri. Quando scrivo per Il Post scrivo a casa d’altri, lo standard non lo metto io, non so affatto se sarà inserito in HP e la mia responsabilità è molto diversa: per certi versi minore, per altri maggiore. Tra una astratta content neutrality - di cui sono stato innamorato per anni- che renderebbe il web invivibile (e non durerebbe un amen, che qua chiudiamo TikTok con provvedimenti inapplicabili e confusi per una notizia di cronaca senza alcuna base fattuale-sic!) e la responsabilità editoriale c’è un mare inesplorato, e c’è internet, ma non lo vediamo o non lo vogliamo vedere: fanno scelte? Sono editori... Non è così. Non sono editori! Un aereo non è un uccello solo perché vola. Potrei sbagliare ovviamente, ma pensare a Tw o FB come editori (come pretender una neutralità impossibile) mi pare un errore che impedisce di pensare regole nuove per un terreno di gioco nuovo. Con stima CB In mobilità
Il giorno 22 gen 2021, alle ore 20:05, Enrico Nardelli <nardelli@mat.uniroma2.it> ha scritto:
vi segnaliamo il seguente articolo "Il paradosso dei social - Parte I" (Il Post, 18 gennaio 2021) scritto dall'Avv. Carlo Blengino, Fellow del Centro Nexa.
Ci sono due cose che non capisco nel seguente passaggio e sono grato a chi vorrà chiarirmele:
« I social network sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui, e nella fisiologica complessità della comunicazione globale (siamo tutti noi, Trump compreso, a riempire di schifezze il web, non dimentichiamocelo), sono solo loro che possono e debbono compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme che utilizziamo. Ma tali scelte non ne fanno degli editori: il campo di gioco, Internet, è inedito e diverso e richiede regole nuove e diverse. Smettiamola di applicare vecchie categorie concettuali: se ne facciano una ragione i media tradizionali. »
Eccole:
1. Dal momento che i social network effettuano una curatela (sia umana che algoritmica) dei contenuti che vengono esposti agli utenti non capisco l'affermazione che "sono e restano meri intermediari della parola e dei contenuti altrui". A me sembra che un "mero intermediario" non dovrebbe filtrare cosa passa e cosa no.
2. Com'è possibile che "compiere scelte editoriali a difesa delle piattaforme" non renda chi le compie un "editore", soggetto quindi alla normativa per gli editori?
Grazie fin d'ora.
Enrico
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