Dal mio punto di vista, a livello istituzionale, potrebbe significare sviluppare prodotti in-house anziché esternalizzare, facendo attenzione a preservare privacy, garantire sicurezza, ecc. tutte le proprietà desiderabili. Qualche mese fa, Marco Torchiano aveva fatto una breve analisi a riguardo, di cui consiglio la lettura: https://mtorchiano.wordpress.com/2017/12/17/una-strategia-it-per-lateneo-est... <https://mtorchiano.wordpress.com/2017/12/17/una-strategia-it-per-lateneo-est...> Lo sviluppo in-house potrebbe ovviamente partire da prodotti opensource. Va da sè che bisogna confrontarsi con il budget per lo sviluppo interno. Poi c’è il livello degli individui, lì l’entropia aumenta esponenzialmente. Non mi ci addentro per mancanza di un’opinione concreta e solida. Sappi che anche io ho in testa il tema da 3-4 anni, senza far passi avanti.
On 24. Jul 2018, at 09:31, Marco Ricolfi <marco.ricolfi@studiotosetto.it> wrote:
Mi spieghi un’altra cosa? Quando qualche anno fa Google ha ottenuto che molte – tutte? – le università italiane adottassero il suo servizio di posta elettronica, c’è stata qualche polemica. Poi, dimenticato. Indignados, occupy, single issues, sempre fuochi di paglia. Come si fa per indignarsi di meno al momento ma tenere a mente e link the dots? Alla ricerca di countervaling powers [di cui mi sto occupando senza far passi avanti], non si tratta anche di cercare countervailing devices?
Da: nexa [mailto:nexa-bounces@server-nexa.polito.it] Per conto di Antonio Vetrò Inviato: martedì 24 luglio 2018 09:26 A: Nexa Oggetto: [nexa] Harvard Business Review: A Study of Thousands of Dropbox Projects Reveals How Successful Teams Collaborate .
Un collega al Politecnico di Torino mi ha segnalato un articolo della Harvard Business Review, con il titolo in oggetto. Gli autori scrivono:
Dropbox gave us access to project-folder-related data, which Dropbox had aggregated and anonymized, for all the scientists using its platform over the period from May 2015 to May 2017 — a group that represented 1,000 universities.
This included information on a user’s total number of folders, folder structure, and shared folder access, but we and Dropbox employees could view no personally identifiable information. What we did see was every Dropbox folder associated with a given researcher, along with whom they’d shared the folder with, how often the folder was accessed by anyone associated with it, the duration of collaboration on a project, and how users split their time among different projects represented by the folders—a wide variety of specific touchpoints. We also had reliable data on seniority levels of users, such as whether they were senior or junior faculty. Overall, we analyzed data for roughly 400,000 unique users working on about 500,000 separate projects.
Il resto dell’articolo e i risultati sono disponibili su: https://hbr.org/2018/07/a-study-of-thousands-of-dropbox-projects-reveals-how... <https://hbr.org/2018/07/a-study-of-thousands-of-dropbox-projects-reveals-how...>
Ora è chiaro perché Dropbox offrisse a tutti gli universitari Giga extra di spazio. Nulla di cui stupirsi, certo; ma è indicativo che uno studio del genere venga fatto da colleghi universitari che non si sono posti il problema etico nell’accaparrarsi quei dati ed analizzarli senza esplicito consenso.
antonio v.