Ciao Giacomo,
quello che mi sembra positivo nella notizia è che sia passato (stia passando?) il concetto che i servizi in cloud producono emissioni, che vanno rendicontate al fine di poterle diminuire. Finora sembrava che fosse solo una faccenda che riguardava i vendor e  le loro politiche green (basata sulla fornitura di energia da fonti rinnovabili, ma anche sul mercato di carbon credit a  compensazione). Tale  schema finisce per deresponsabilizzare chi sviluppa - oltre ad alimentare l’equivoco che il digitale sia sempre e comunque green. L’articolo di Mytton, che citavo in risposta a Beppe, lo dettaglia bene:
Mytton, D. Assessing the suitability of the Greenhouse Gas Protocol for calculation of emissions from public cloud computing workloads. J Cloud Comp 9, 45 (2020)

La “misurabilità” dei consumi elettrici (e dunque delle emissioni di carbonio) del software non è affatto banale, neanche on-premise. 
Per rispondere alla tua domanda:  nè  su Google, nè sui 5 data center tutti italiani qualcuno potrebbe verificare se mentono.  in nessuno dei due casi si potrebbero verificare quantitativamente i valori di GHG forniti. 
Ma almeno si può verificare se, cambiando qualcosa nell’uso dei servizi acquisiti,  tali valori diminuiscono!
Mytton auspica che i vendor forniscano ai proprio clienti le informazioni (che i vendor possiedono, ma che non vogliono divulgare per il vantaggio competitivo) per calcolarsi le proprie emissioni da sè (e io sono d’accordo con lui). Ricevere il calcolo già fatto è alternativa di seconda scelta ma, vista la totale mancanza di consapevolezza sul tema delle emissioni del settore digitale,  che un grosso player (il secondo dopo Microsoft Azure) le quantifichi al cliente è comunque un primo passo.
Quanto al legislatore: non mi pare che il rischio che tu paventi sia realistico. La rendicontazione non finanziaria è obbligatoria solo per le grosse imprese. E la rendicontazione sotto lo scope 3 del protocollo GHG è sempre facoltativa. 
Oggi la partita sulla lotta ai cambiamenti climatici si gioca su un piano nuovo: quello dell'azione volontaria. Anche per le aziende. Leggi così la notizia.
Spero di avere compreso correttamente le tue perplessità. L’articolo che citavo nel tread "Emissioni GHG in cloud pubblico e rendicontazione” fornisce qualche dettaglio ulteriore.

Giovanna


Il giorno mer 13 ott 2021 alle ore 18:40 Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> ha scritto:
Ciao Giovanna,

Ma nella malaugurata ipotesi, del tutto teorica, che Google mentisse [1]
c'è qualcuno al mondo che potrebbe verificarlo?

On Wed, 13 Oct 2021 09:10:29 +0200 Giovanna Sissa wrote:

> Speriamo che anche gli altri cloud vendor seguano il buon esempio,
> agevolando così lo sviluppo di applicazioni e servizi "energy aware”
> e a basse emissioni.

Per contro, se un cloud provider italiano, con 5 datacenter tutti in
Italia mentisse, c'è qualcuno che potrebbe verificarlo?

Se la risposta alla prima domanda è NO e la risposta alla seconda
domanda è SI', allora la mossa di Google non è un buon esempio, ma fumo
negli occhi del legislatore per spingerlo a sollevare barriere
d'ingresso alla concorrenza. [2]


Non fraintendermi, sarei perfettamente favorevole a rendere
obbligatoria il tipo di trasparenza che auspichi.

Ma non vedo alcun buon esempio qui.

Solo una mossa astuta per controllare la regolamentazione di un mercato
affinché favorisca i grandissimi player invece di contenerli.

Una delle tante, per la verità: in questa chiave va letta la rinnovata
fede nella "concorrenza" che si sta ridiffondendo negli USA.


Giacomo

[1] del tutto involontariamente, si intende! :-D
    https://northcutt.com/seo/does-google-lie-3-examples/

[2]
https://opentextbc.ca/principlesofeconomics/chapter/9-1-how-monopolies-form-barriers-to-entry/