Caro Beppe, ho letto con attenzione i tuoi commenti e mi permetto di segnalarti alcuni dettagli che potrebbero esserti sfuggiti da una lettura veloce del testo. 1) I dati provengono da fonti pubbliche internazionali e verificabili: International Energy Agency (IEA), The Shift Project (TSP), International Journal of Cleaner Production, Cisco 2) Non esistano oggi dati globali, basati su misurazioni, del consumo energetico indotto dagli usi digitali. Esistono solo stime. Le stime disponibili sono ottenute o proiettando misure effettuate su campioni (ad esempio un insieme di data center) oppure utilizzando modelli più o meno sofisticati, ma raramente includendo descrizioni di tutte le ipotesi adottate. Dunque stime parziali e non confrontabili. 3) Nel testo vengono per questo volutamente citate differenze di valutazione - anche di un ordine di grandezza - in studi diversi. 4) Le considerazioni che fai sugli straordinari miglioramenti che l’efficienza energetica e le soluzioni tecnologiche hanno consentito non sono messe in discussione. Quanto la crescita nella domanda possa (e potrà in futuro) essere controbilanciata dall’evoluzione tecnologica è oggetto di grande dibattito nella ricerca sul tema. 5) Non si sostiene che i gestori dei Data Center non si preoccupano dei propri consumi: si dice che non tutti sono "trasparenti sul tipo di fonti energetiche" utilizzate, riportando su questo i dati del rapporto Click Clean di Greenpeace. 6) Streaming video, Intelligenza Artificiale e Bitcoin non sono mescolati: sono citati come esempi su piani diversissimi ma, in vario modo, tutti ad alta intensità energetica. 7) La conclusione assurda che tu riporti come “smette di usare i dispositivi digitali” nell’articolo non c’è, nè esplicitamente nè implicitamente. Riporto di seguito per esteso le conclusioni dell'articolo, sperando così di far venire voglia a qualcuno di leggerlo: “Gestire il conflitto fra i grandi player che vogliono vendere sempre più dispositivi, controllare dati, produrre contenuti, vendere dispositivi sempre più potenti, e l’ambiente, che non ha un suo difensore altrettanto forte, richiede capacità di governance. Anche da parte dei manager dell’informatica pubblica. Vanno definite apposite clausole nei contratti di servizi informatici in Cloud, esigendo trasparenza da parte dei fornitori nel dichiarare da quali fonti di energia elettrica si riforniscono, e presuppone la capacità di riconoscere un lavoro serio da un banale green washing. Anche a livello individuale si può fare qualcosa: per esempio cambiare un po’ meno frequentemente dispositivo, evitare un uso compulsivo di invio video e immagini, non mantenere App inutili che si aggiornano in continuazione producendo un traffico di cui non ci rendiamo conto. Il tema è ineludibile: questo è il mondo che abbiamo creato, e ci dobbiamo vivere.” Inoltre si auspicano, in chiusura, metriche e standard condivisi. E ricerca interdisciplinare. Mi sento in dovere di risponderti perchè ho segnalato io i dati alla Gabanelli. Non la conoscevo, ma quando mi ha chiesto di aiutarla mi è sembrato giusto e doveroso supportarla scientificamente in uno sforzo divulgativo arduo e particolarmente insidioso su un tema complesso come l’interazione fra il digitale e l’ambiente. E’ un tema che mi sta a cuore e di cui cerco di occuparmi di tempo. Se disponi di dati diversi, di qualità migliore, più aggiornati, ti prego di segnalarli: sarebbe proficuo confrontarsi. Mi interesserebbe molto, in particolare per la stima scientifica che ho di te. Senza uno sforzo interdisciplinare la lotta ai cambiamenti climatici è persa in partenza. Mi scuso per la lunghezza della risposta. Giovanna Giovanna Sissa Il giorno mar 12 gen 2021 alle ore 17:59 Giuseppe Attardi <attardi@di.unipi.it> ha scritto:
Questa volta ho trovato il servizio piuttosto ingeneroso e superficiale.
La Gabbanelli ha solo accennato, in modo molto timido, agli enormi risparmi che il digitale ha prodotto, che sovrastano abbondantemente i consumi energetici del digitale.
Invece fa un calderone mettendo i bitcoin insieme al web e allo streaming video. Afferma che usare un editor di testi su un notebook consuma energia nei datacenter!
Afferma che I gestori dei servizi web dovrebbero preoccuparsi dei loro consumi energetici. Ma dove vive? Non sa che i più attenti ai consumi energetici sono proprio i gestori di datacenter, che si affannano a ridurre al minimo il fattore PUE (rapporto tra energia consumata e quella usata per IT)? Ha mai letto quali tecniche sofisticate e originali (es. Free cooling adiabatico), vengano sviluppate e utilizzate nei più moderni datacenter? Ha idea di quanto consumano invece i computer desktop o i server nelle comuni sale macchine? Ha letto di come Google usi tecniche di AI per prevedere i consumi nei suoi datacenter e spegnerne una parte quando non usata, con un risparmio del 30%? Ha letto le sofisticate tecniche usate per realizzare processori a basso consumo, come ARM, usato nell 90% dei cellulari e di tutte le tecniche di risparmio energetico che questi adottano per risparmiare batteria? Oggi abbiamo device e notebook che possono lavorare per 12-18 ore con una sola carica di batteria. Ha presente la differenza tra questo e la situazione di 10 anni fa?
E infine la conclusione assurda: smette di usare i dispositivi digitali.
Ma siamo seri.
— Beppe
On 12 Jan 2021, at 16:16, nexa-request@server-nexa.polito.it wrote:
Date: Tue, 12 Jan 2021 16:16:09 +0100 From: Giulio De Petra <giulio.depetra@gmail.com> To: nexa@server-nexa.polito.it Subject: [nexa] l?impronta ambientale del digitale Message-ID: <75AF72A7-654E-46D0-A5C6-6E7243051045@gmail.com> Content-Type: text/plain; charset="utf-8"
Su un tema già affrontato in lista segnalo questo bel Data Room di Gabanelli in collaborazione con Giovanna Sissa. Mi sembra la prima volta che questo tema buca la gabbia della informazione specialistica. Giulio
https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/emissioni-co2-ambiente-int...
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