Provo a dare ad Anna qualche spunto per ripondere al suo lettore. Non tocco aspetti giuridici, non è il mio campo. Mi ha colpito l'enfasi sull'idea di responsabilità, evocata dal ettore. Una visione vecchia del concetto. Che cosa è la responsabilità nel Web 2.0? Non dovrebbe svilupparsi proprio una nuova modalità responsabile di essere utenti? O sempre e comunque il concetto di responsabilità deve essere solo di di tipo gerarchico? E funziona, può funzionare una delega tout court, sulla responsabilità? Ho riflettuto anche sul fatto che il mondo sta leggendo una notizia in cui, anche se solo come elemento di sfondo, si parla di scuola italiana e di uso delle tecnologie a scuola. Non mi riferisco ai "danni d'immagine", ma alla profonda mancanza di cultura della rete che emerge da questa storia. Quello che mi ha colpito, in una lettura "lateriale" dell'episodio, sono state tre cose: 1. Che il bullismo è ormai entrato nel lessico quotidiano della nostra scuola, come i soffitti che crollano - non fa notizia 2. La totale impreparazione del mondo scolastico a capire i tempi e di modi di penetrazione dell'ICT, tempi e modi che vanno per conto proprio e non seguono i tempi dei convegni sui nativi digitali, multimediali, etc. Ho più volte avuto l'impressione che parte dello sgomento (e dunque della necessità di evocare strumenti gerarchici censori) derivi dallo scoprire che, nonostante la maggior parte delle aule delle nostre scuole sia priva di collegamento ad Internet e che la banda larga (vera) resti un miraggio, l'ICT nella scuola c'è entrata, anche se a modo suo. 3. Che l'impreparazione culturale e civile nell'uso della rete si sposano con le carenze infrastrutturali più di quanto sembri. In altre parole: ci voleva un episodio come questo per fare capire che ci vuole consapevolezza di quello che si fa in Internet e che da quello che si fa derivano delle conseguenze? I video discutibili, le foto di cui si perde il controllo e poi diventano boomerang, sono solo uno dei tanti risvolti a cui i social network ci espongono e ci esporranno, sempre di più e a tutte le età. Esposizione a cui nessuno può sottrarsi. E nei cui confronti l'unica arma di difesa è la consapevolezza. Ma l'uso consapevole implica la conoscenza dei meccanismi, delle dinamiche, della rete, non la delega ad altri. Anche la consapevolezza che acquisire dei mezzi di comunicazione potenti in giovane età espone, si voglia o no. Non basta mettere il casco ai giovani motociclisti: per non farsi male bisogna anche saper andare bene in moto. Ed è molto pericoloso regalare una moto a qualcuno che non sa andare in bicicletta (giusto per restare in tema di metafore autostradali). Forse, questa brutta storia (da qualunque lato la si guardi) ha un risvolto positivo: quello di avere dato un esempio di come la rete abbia una sua memoria, che l'informazione scorre in mille rivoli, che una volta entrata non è più controllabile, che espone anche al giudizio. E qui veniamo ad un alto aspetto, legata a ciò che noi chiamiamo reputation, ma che nel mondo di un adolescente è "accettazione". E qui entra in gioco la responsabilità 2.0. Il video ha suscitato disaprovvazione! I tempi di riposta saranno anche stati lunghi, a norma di codice, ma hanno creato nelle coscienze un feedback che ha sortito l'effetto di farlo ritirare non perchè c'era il grande supervisore, ma un diffuso e consapevole senso di disapprovazione. In parole povere: Di avere fatto fare una pubblica figuraccia a chi lo aveva pubblicato. Reponsabilità 2.0, appunto. Scusami l'off topics ed il ragionamento un po' contorto... Giovanna Sissa Il 25 febbraio 2010 20.27, Masera Anna <Anna.MASERA@lastampa.it> ha scritto:
scusate lista, mi scrive questo lettore a proposito del mio articolo uscito oggi sulla stampa (lo trovate a questo link sotto) http://www.lastampa.it/cmstp/rubriche/girata.asp?ID_blog=25&ID_articolo=7025...
non gli ho ancora risposto ma mi sembra che possa interessarvi e sarei felice di rispondergli con il vostro contributo, grazie anna www.lastampa.it/masera ________________________________ Da: rmfdl Inviato: giovedì 25 febbraio 2010 A: Masera Anna; Sabadin; Bardazzi Oggetto: Libertà e responsabilità
l'articolo della Signora Masera descrive i fatti della sentenza di Milano su Google ma purtroppo li ammanta di un tifo spinto e acritico a favore delle tesi di Google (che costituiscono la tipica applicazione del fondamentalismo liberista a un danno delle norme a tutela della libertà di ciascuno e non solo del potente di turno). Non intendo qui riesaminare tutti gli aspetti della questione che già emergono dagli articoli di Sabadin e di Bardazzi. Ma desidero rilevarne uno. Lei è rimasta prigioniera dell'immagine giornalistica di internet come autostrada. Siccome però la funzione di internet e quella delle autostrade sono assai differenti quanto a contenuti diffusi e quanto alla pervasività di ciò che vi transita, il paragone da Lei proposto non regge. Primo, i siti non sono caselli autostradali. Mentre i reati contestati a Google sono possibili solo in quanto sussiste il servizio di Google, quello di guidare senza patente preesiste al casello e non ha bisogno dell'autostrada per essere commesso. Oltretutto, a quanto si è capito, quello che il giudice milanese contesta a Google non è il fatto di aver pubblicato i filmati ma il fatto di non aver rispettato l'indirizzo europeo di rimuovere i contenuti illeciti non appena informati della loro esistenza ( Google lo ha fatto circa due mesi dopo, dato che la reclame è l'anima del commercio). Secondo, il nocciolo degli affari pubblicitari di Google , diversamente da quello delle autostrade, consiste proprio nel poter mettere in rete senza controllo. Di nuovo, al casello non servono controlli perché vi si arriva dopo aver già commesso il reato ( anche se privi di patente) . Invece Google pretende di non dover controllare niente proprio in nome dei propri interessi commerciali, dimenticando che gli interessi commerciali non sono una questione di principio equiparabile al come dare regole per la libera circolazione delle idee e di per sé necessitano il rispetto di regole ( del tipo igienico oppure antisofisticazioni oppure antimonopolio, etc.). In ambo i casi non è pensabile che Google (in questo caso) possa fare liberamente tutto senza avere la responsabilità di quello che fa. Questa connessione tra libertà e responsabilità è l'abc del liberalismo che non a caso i liberisti vogliono travolgere nel segno della legge della giungla ( che liberale non è). La ho disturbata perché si tratta di questioni molto importanti ( costruire norme per organizzare l'esercizio della libertà) su cui penso sia indispensabile l'apporto di ogni persona che la voglia davvero. I migliori saluti Raffaello Morelli _______________________________________________ nexa mailing list nexa@server-nexa.polito.it https://server-nexa.polito.it/cgi-bin/mailman/listinfo/nexa