Il 11/04/2012 13:16, a.dicorinto@uniroma1.it ha scritto:
Non
sono per niente d'accordo. L'articolo di Riccardo era ampio,
preciso e informativo.
A leggerlo tutto c'è un concetto di fondo: le tecnologie possono
essere usate per fare del bene oppure per fare del male.
Inoltre la funzione del giornalista è quella di raccontare e
Riccardo l'ha fatto non avendo nè intenzione di scrivere un
trattato di crittografia ad uso di qualche centinaio di persone
in italia, nè di scrivere un libro per ovvi motivi di spazio e
leggibilità.
Il titolo non era forse il massimo, ma se uno non è cretino
legge nell'articolo che "la faccia cattiva del web" non è né Tor
nè la darknet/darkweb, ma siti come SilkRoad e simili (e sono
tanti) ed è giusto che la gente (3 milioni di utenti medi
giornalieri x Repubblica) lo sappia. Inoltre a Tor e alla
crittografia sono stati dati i giusti crediti sia come progetto
che come uso "libertario".
Statisticamente doveva prima o poi capitarmi di non essere d'accordo
con te! :)
Ci sono troppe imprecision ed omissioni nell'articolo. Sono talmente
tante che temo che alla fine l'articolo ne soffra irreparabilmente.
Ma allo stesso tempo l'articolo mi piace perché è una prova del
fatto che Internet funziona proprio come dovrebbe.
- confusione totale sulle Darknet, trattate come se fossero una
unica Internet parallela (grosso equivoco che vedo riflesso anche
nel tuo post qui sopra in cui citi "LA Darknet/Darkweb" (???))
- confusione fra Darknet e Dark Web
- SilkRoad viene presentato come "il più grande mercato nero del
mondo", cosa assolutamente ridicola: il numero GLOBALE di Bitcoin
generate nel mondo ad ora è di meno di 10 milioni e le transazioni
mensili totali, se convertite al tasso accettato di cambio con EUR e
USD, non superano il fatturato di una sola medio/grande azienda
italiana - figuriamoci quelle su SilkWorm, che ne sono un
sottoinsieme. Ben altri sono i mercati neri veramente grandi.
- non si capisce perché l'autore condanni la vendita di pornografia
su Internet, visto che è legale anche in Italia
- ulteriore confusione con TOR: secondo l'articolo per accedere
"alla Darknet" bisogna installare TOR. Quale Darknet? Le Darknet in
generale non sono accessibili con TOR
- una frase emblematica "Le reti di questo tipo si chiamano "reti a
cipolla", onion routing, infatti il simbolo di Tor è una cipolla. E
molti siti di questo universo parallelo invece di finire con il
suffisso punto it o punto com, hanno il punto onion." che sembra
dimostrare che l'autore abbia conoscenze piuttosto confuse di TOR,
del routing e delle reti
- gravi equivoci su Bitcoin, che invece non ha bisogno né del World
Wide Web né di alcuna Darknet
- non è vero che le transazioni in Bitcoin sono tracciate da un
server, mentre è vero che non sono anonime di per sé (per avere un
buono strato di anonimato con Bitcoin, è sufficiente tunnelizzare il
client e poi magari distruggere il portamonete utilizzato per una
certa, anche unica, transazione - Bitcoin non impone limiti al
numero di portamonete utilizzabili - oppure utilizzare client
alternativi a quello ufficiale)
- si afferma che una frase di Negroponte non sia più valida a causa
"della Darknet", viene da chiedersi se l'autore si renda conto che
ognuno di noi, e molti lo fanno ogni giorno, senza tante
complicazioni può crearsi una propria Darknet: scoperta dell'acqua
calda utilizzata per fare sensazionalismo
Inoltre ho l'impressione (correggimi se sbaglio) che l'articolo
suggerisca che la pedopornografia risieda essenzialmente sui siti.
Invece il grosso della pedopornografia non transita su siti (siano
essi nel WWW o in qualche Darknet).
"Per vendere cocaina e bombe" non si usa certo TOR da solo e, a
parte gli incontri di persona che rimangono fondamentali almeno
secondo quanto riportato dalle polizie di mezzo mondo, gli accordi
si prendono con sistemi con i quali sia possibile eseguire una
partition of trust fra N intermediari della comunicazione, che è
impossibile con TOR da solo (problema degli exit-nodes compromessi),
di modo che se fino a N-1 parti tradiscono la fiducia lo strato di
anonimato non sia comunque compromesso. Questo fermo restando che
l'esportazione di armi verso agenzie di sicurezza, organizzazioni
paramilitari e governi stranieri avviene, con minime restrizioni e
oserei dire anche minimi controlli, anche in Italia e nell'Unione
Europea, e che i grandi costruttori operano spesso stimati e
riveriti dai governi.
Ci sono poi, fatto forse ancora più importante, omissioni
strategiche che fanno ulteriormente pensare che il messaggio
soggiacente diretto alla massa dei lettori sia stato deliberatamente
studiato per fare sensazione e screditare l'infrastruttura. Non
viene fatta menzione che gli studi delle associazioni per la
protezione dei bambini (fra le più recenti quello di MOGiS,
un'associazione tedesca fondata da persone vittime, nell'infanzia,
di abusi) più volte abbiano ribadito che fra il 90 e il 99% delle
immagini pedopornografiche che sono in circolazione non transitino
su reti digitali. In ogni caso quelle immagini sono una parte
piccolissima se raffrontata alla totalità delle violenze sui bambini
perpetrate senza "documentazione". Nell'articolo si insinua, secondo
me, lo sbagliatissimo e pericolosissimo concetto secondo il quale
se potessimo oscurare la pedopornografia su Internet allora avremmo
fatto un passo in avanti per proteggere i bambini, mentre è vero
esattamente l'opposto: i siti che ospitano pedopornografia non vanno
oscurati, con conseguente comodo pre-allarme per chi li gestisce, ma
vanno usati per poter arrivare prima di tutto ad identificare le
vittime, poi i carnefici, poi i flussi di denaro - solo dopo queste
tre fasi ha senso l'oscuramento, sempre che lo scopo sia quello di
proteggere i bambini e non quello di far sensazionalismo o farsi
belli agli occhi dei lettori o degli elettori ingenui.
Un minimo accenno, anche 4 parole, al fatto di prendere almeno in
considerazione la possibilità che le violenze sui bambini e la
domanda di armi siano il sintomo di un malessere della società
occidentale, sul quale un'infrastruttura di comunicazione potrebbe
avere influenza zero o addirittura potrebbe avere un effetto
lenitivo grazie alle possibilità di comunicazione, interazione
sociale e informazione, mi sarebbe sembrato doveroso da chi scrive
"su e di Internet". Invece si preferiscono citare, come
contrapposizione al "lato oscuro", iTunes e Apple, ossia (guarda
caso!) proprio la nemica giurata di Internet aperto, del software
libero e dell'interoperabilità, proprio l'azienda che sta investendo
miliardi di dollari nella sua guerra contro l'openness, l'azienda
che vieta il software libero nei suoi store, l'azienda che vuole che
un banale jailbreak venga assimilato ad un reato federale da punire
con anni e anni di reclusione, una caduta (voluta? per pubblicizzare
Apple?) per me gravissima. Chi rappresenta il vero lato oscuro qui?
Non viene fatta menzione che il commercio di droghe avviene per
circa il 100% non in Bitcoin, ma in valute emesse dalle banche con
l'autorizzazione degli stati e anche con transazioni all'interno di
quelle stesse banche autorizzate dagli stati, o in contanti, con le
valute "ufficiali". Chiunque volesse schierarsi contro Bitcoin
dovrebbe prima schierarsi contro il denaro. Non viene fatta menzione
che la "vendita di piccole armi" ai privati è legale in moltissimi
stati degli Stati Uniti e in altri paesi.
Il
resto è riflesso condizionato ideologico come facevamo noi un
tempo dicendo che su Internet tutto è buono. Ma non lo è. E con
questa cosa ci dobbiamo fare pace.
siyah!
Non mi riconosco in quel "noi". Ritengo che un'infrastruttura di
comunicazione sia tanto più efficace quanto più sia temuta dai
governi e dalla stampa tradizionale. Ritengo che siamo finalmente
arrivati ad una fase in cui l'infrastruttura può reggere il ruolo di
strumento per una infowar perenne contro i regimi di qualsiasi tipo,
e se viene tacciata come "cattiva" da quei regimi e dai suoi
giornalisti-lacchè, allora vuol dire che funziona. Quindi, mai
"tutto buono" in Internet, anzi, sono le parti "cattive" l'essenza e
anche la prova che un'infrastruttura sia veramente libera ed
utilizzabile.
Quello con cui (di sicuro non io) si dovrebbe far pace è accettare
il fatto che le infrastrutture di comunicazione sono mezzi tecnici
il cui uso è il riflesso della volontà delle persone e che fra
questi mezzi ve ne sono alcuni incontrollabili. Se proprio non si
accetta il relativismo e si vogliono abbracciare alcune idee di
"bene" e "male" assoluto, il "male" va "curato" alle radici, e le
radici del "male" non sono i telefoni e la crittografia e la privacy
e i computer, e tanto meno sono le infrastrutture di comunicazione.
Si dovrebbe abbandonare il mito del controllo di un'infrastruttura
come soluzione dei problemi, per concentrarsi sull'individuazione e
la decostruzione delle cause delle violenze sui minori, della
domanda di armi o di qualsiasi altra cosa che si ritiene giusto
contrastare o distruggere. Mi pare che l'articolo in questione vada
nella direzione opposta prediligendo un sensazionalismo che
scommette sull'ignoranza dei lettori e che ammicca ai desideri di
chiusura di Apple e di diversi policy-maker. Il fatto stesso che
esistano queste pulsioni è la miglior prova del buon funzionamento
dell'infrastruttura.
Ciao,
Paolo