Gli schemi vanno bene.

Cordiali saluti.
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Francesco M. Sacco
SDA Bocconi School of Management
Strategy and Operations Department
Via Sarfatti 10
20136 Milan, Italy
 
Mobile: +39 348 22.11.309

On 31 May 2025, at 18:24, Daniela Tafani <daniela.tafani@unipi.it> wrote:

Caro Giacomo,

grazie.

Il 30/05/25 21:54, Giacomo Tesio ha scritto:

Ti pongo una domanda: se il parallelo con il feudalesimo è solido, possiamo
usarlo per ideare strategie politiche per superarlo?

Cosa ha determinato la fine del feudalesimo e come potremmo
sfruttarlo, almeno, per gettare le basi del suo superamento nei prossimi anni?


Concordo con quanto ha scritto Maria Chiara.

Aggiungo solo una nota a margine, considerato che all'attuale specifico intreccio
di tratti feudali e tratti capitalistici  siamo giunti dando attuazione alla proposta politica neoliberale.
La dottrina neoliberale è, com'è noto, una dottrina prescrittiva, non un contributo teorico.
Non sostiene che un'università o un ospedale siano un'azienda. Ci chiede di trasformarli in aziende.
Propone di utilizzare, in ogni ambito della vita associata, la sola razionalità strumentale:
da questo punto di vista, tra l'idea che un ospedale debba essere gestito come un'azienda sanitaria
(o l'idea che i docenti universitari debbano essere valutati contando il numero delle loro pubblicazioni)
e l'idea di fare di Gaza un resort turistico c'è una differenza di grado, non di specie.

Nella stessa dottrina neoliberale sono inclusi, per negazione, due elementi
che è perciò lecito supporre siano considerati come capaci di scardinare il sistema:

1. "who is society? There is no such thing!" non è la tesi che non si diano una società civile, strutture collettive o istanze di partecipazione democratica;
    è l'annuncio della tua intenzione di polverizzarle, scardinarle, disciplinarle o reprimerle perché le ritieni pericolose portatrici di una dimensione comunitaria,
   dell'interesse pubblico e del punto di vista di una razionalità deontologica, intrinsecamente alternativi al tuo progetto politico; non è una novità: Polanyi
   ricordava che "soltanto la minaccia della fame e non anche l'allettamento di alti salari era ritenuta in grado di creare un mercato del lavoro funzionante" e che si è
   ritenuto perciò "necessario liquidare la società organica che si rifiutava di permettere che l'individuo fosse abbandonato ad essa"( Karl Polanyi, La grande
   trasformazione, p. 212);

2. "there is no alternative" (TINA), analogamente, non è una teoria, è il programma di chi intenda impedire a chiunque di chiamare le cose con il loro nome e di concepire
    alternative (per questo, chi, come Cory Doctorow o Ted Chiang, sia in grado di concepire altri mondi è anche un pensatore o un attivista politico). In una condizione
   nella quale, come osservava David Graeber, è davvero difficile mantenere in tutti la convinzione che non ci sia nulla di meglio di questa forma di capitalismo, concepire
    sistemi alternativi è un'attività potenzialmente sovversiva.
    In un sistema dai tratti feudali, in cui la fedeltà e la protezione siano importanti (Supiot), ogni mancato allineamento a una narrazione ha un costo. Ma, come
   scriveva Benedetto Croce, coacti tamen volunt.     
   Ovviamente, anche di un'intelligenza artificiale concepita a sua immagine, come ottimizzazione rispetto a target, il neoliberale dirà che è inevitabile, che è qui per
   restare, che non ci sono alternative, che se non lo facciamo noi lo farà qualcun altro. Ad un analogo argomento per l'ambito militare,
   Weizenbaum rispondeva, come sai, "not without us".

Un caro saluto,
Daniela

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