Salve Giacomo. Rispondo un'ultima volta perché chiamata in causa ma ho letto gli inviti a non continuare questa discussione perché off topic rispetto ai temi della lista e dunque eventualmente possiamo spostarla in privato. L'argomento è vasto e complesso - me ne sto occupando da tempo e tra poche settimane uscirà un mio libro proprio su etica e integrità della scienza - e implica tante questioni e considerazioni, che in parte sollevi, come per esempio quelle legate alla peer review, e indirettamente l'affermarsi della cultura del publish or perish. Mi limito a ricordare il caso dell'articolo di Andrew Wakefield pubblicato su "The Lancet" nel 1998, che stabiliva una correlazione tra un vaccino e l'autismo. L'articolo è stato ritrattato ma solo tre anni dopo, quando un giornalista ha indagato e alcuni medici hanno provato a riprodurre la ricerca di Wakefield senza riuscirvi, ed è anche emerso che Wakefield aveva una partecipazione in un'azienda farmaceutica che produceva un vaccino concorrente. Wakefield è stato radiato dall'ordine dei medici britannici e il caso ha fatto scalpore, ma il suo articolo ha continuato ad essere citato centinaia di volte, spesso senza nemmeno dire che era stato ritrattato https://bit.ly/3EbILGo. Anche gli articoli recenti sull'idrossiclorochina sono stati pubblicati e poi ritrattati da The Lancet. Cosa voglio dire? Che sì, abbiamo una serie di problemi, tra i quali quelli legati alla peer review, anche con le riviste più autorevoli, anche con gli editori più importanti e consolidati, come Elsevier che ha ritrattato 47 articoli da una rivista in una sola volta https://bit.ly/3NKSAOI o IEEE che si trova periodicamente di fronte a casi di violazioni di etica e integrità https://bit.ly/3ta03NV. Aggiungo che la mia perplessità sull'articolo con intervista a 13 persone non si basa sulla considerazione che stessero mentendo (anzi di certo la loro percezione dei fatti è quella descritta), ma intanto sulla poca rappresentatività del campione e poi sulla mancanza di un contraddittorio. Un saluto Rossana -----Messaggio originale----- Da: Giacomo Tesio <giacomo@tesio.it> Inviato: lunedì 7 novembre 2022 17:23 A: Morriello Rossana <rossana.morriello@polito.it> Cc: nexa@server-nexa.polito.it Oggetto: Re: [nexa] R: analisi delle fonti (era: Censorship and Suppression of Covid-19 Heterodoxy) Salve Rossana, On Sun, 6 Nov 2022 13:01:29 +0000 Morriello Rossana wrote:
La scienza non è un'opinione ma queste invece sono opinioni, peraltro di sole 13 persone selezionate ad hoc e in una sola direzione, senza alcuna voce di contraddittorio. Non mi pare ci sia della scienza qua.
dov'è il problema: basta falsificarne le affermazioni. Non procede appunto così la scienza? La cosa che trovo anti-scientifica è la censura preventiva. Di sciocchezze ne vengono pubblicate continuamente, sia per finalità propagandistiche che in buona fede. Per quanto ricordo del saggio di Hardin (ahimé, non ce l'ho sotto mano per ricontrollare, non esitare a contraddirmi citandone i passaggi che non ricordo), non mi pare proprio denunciasse "l’individualismo esasperato". Mi sembra anzi che non mettesse minimamente in discussione l'irrazionalità intrinseca di tale individualismo, che lo dasse per scontato ed inivitabile e giustificasse in termini di utilità individuale la distruzione del bene disponibile a tutti (ma non protetto). Hardin dipingeva "The Tregedy of the Commons" come inevitabile. Definendo un bene disponibile (ma non protetto) come "bene comune" e sostenendo che tale "bene comune" fosse destinato ad essere distrutto da individui pur razionali, Hardin giustificava la privatizzazione dei beni disponibili (per il loro stesso "bene") e attaccava, di fatto, l'ideologia comunista. Se collochi storicamente il suo saggio, la sua funzione propagandistica anti-sovietica appare evidente. Elinor Ostrom dimostra che la teoria di Hardin è sbagliata [1]. Forse Science non avrebbe dovuto pubblicarla? In effetti la funzione propagandistica era evidente da subito, ma Science è una rivista statunitense... ;-) Purtuttavia il problema non è che Science abbia pubblicato propaganda anticomunista, ma che che si sia dovuto aspettare decenni per vederlo confutato (e che si debba ancora leggere la sua propaganda ripetuta ad nauseam per sostenere che i beni comuni, come il software libero, non possono essere sostenibili, che servono sponsor privati etc...) Per tornare all'articolo condiviso da 380°, io assumo che Springer abbia verificato le affermazioni degli autori prima di pubblicarlo (sbaglio? per questo chiedevo a Maurizio: davvero non ho esperienza di queste dinamiche... pensavo che la peer-review servisse proprio a questo!), ma non ho idea se il bias di selezione sia tale da invalidare completamente l'articolo. Per questo credo che sia stato positivo pubblicarlo. Perché in questo modo altri scienziati potranno smontarlo o confermarlo. Ciò che mi sfugge è l'urgenza di scartare la prospettiva di queste 13 persone. O meglio: potrei capirlo se fosse evidente che le loro parole sono false, talmente evidente da non necessitare di falsificazione. Per questo chiedevo a Maurizio se avesse ragione di credere che stessero mentendo. Non era davvero una domanda retorica! Se si, ok: è un'ottima occasione per scrivere un nuovo articolo e sbugiardarli. Se no, non capisco perché i fatti (che non ci sono solo opinioni, ma anche affermazioni di fatti, ancorché aneddotici) da loro descritti non dovessero essere pubblicati e discussi dalla comunità scientifica. Magari per confutarli, appunto. Cosa mi sfugge? Giacomo [1]: La distruzione dei beni disponibili a tutti è inevitabile se e solo se NON diventano beni comuni, ovvero beni il cui accesso è sottoposto a regole che vincolano tutti coloro che vi hanno accesso. D'altronde, anche etimologicamente, "comune" deriva da "cum-munis", co-obbligati, vincolati insieme da regole. https://www.etimo.it/?term=comune Il bene comune è tale se e solo se è protetto da regole che ne impediscono efficacemente l'abuso da parte di ciascuno dei soggetti che ne traggono beneficio.