Caro Juan Carlos, condivido riga per riga il tuo articolo. Fa infatti impressione che il 2010 abbia avuto inizio con Hillary Clinton filosofa del diritto sulla libertà dinternet (vi ricorderete: http://www.state.gov/secretary/rm/2010/01/135519.htm), e termini con la stessa Clinton che qualifica il servizio informativo di Wikileaks un attacco alla comunità internazionale che mette a rischio gente innocente. Fa peraltro specie che un premio Pulitzer come il reporter Steve Coll, sullultimo The New Yorker, parli del giornalismo Wikileaks come vandalismo ( ) sovversivo ispirato al Primo emendamento, mentre un altro veterano, David Brooks su The Times, liquida Assange come un anarchico vecchio stile che danneggia il dialogo mondiale. Digital divide al quale porre rimedio semplicemente eliminando il digital? No pasaran? Questa, infatti, la posta ormai in gioco. Come dici tu, cè da sperare non ci siano dubbi al riguardo, u.p.
------------------ Messaggio originale ------------------- Oggetto: [nexa] La Stampa (De Martin): "Libertà di stampa oggi significa libera Rete" Da: "J.C. DE MARTIN" <demartin@polito.it> Data: Gio, 9 Dicembre 2010, 9:07 am A: "Center Nexa" <nexa@server-nexa.polito.it> ----------------------------------------------------------
Dopo qualche giorno di ulteriori letture e riflessioni, ho provato a scrivere di nuovo sul caso Wikileaks su La Stampa di oggi.
I vostri commenti (critiche incluse) sono i piu' graditi.
ciao,
juan carlos
*Libertà di stampa oggi significa libera Rete*
JUAN CARLOS DE MARTIN
La discussione intorno al caso Wikileaks è stata finora sconcertante. Molti, infatti, sembrano aver dimenticato - spero solo momentaneamente - conquiste acquisite da decenni. Su tutte, i due pilastri che reggono la libertà di stampa dai «Pentagon Papers» (inizio Anni 70) a oggi: da una parte, lo Stato ha diritto di fare tutto quanto in suo potere per ostacolare la fuoriuscita di informazioni oggettivamente riservate; dall'altra, la stampa ha pieno diritto di pubblicare quanto le viene recapitato - basta che faccia notizia. Una discussione «senza inibizioni, robusta e la più aperta possibile» è, infatti, ritenuta da decenni essenziale all'emersione della verità e alla formazione di una pubblica opinione consapevole, anche a costo di qualche eccesso e anche a costo di divulgare segreti.
Ma allora qual è il problema con Wikileaks? Wikileaks, infatti, non ha rubato, hackerato, sottratto alcuna informazione; ha semplicemente pubblicato documenti che ha ricevuto (Wikileaks offre una buca delle lettere online sicura), dopo averne verificato la veridicità e dopo aver ritenuto che facessero notizia. Esattamente come avrebbe fatto un qualsiasi giornale. E, infatti, nel caso specifico dei dispacci diplomatici americani, così hanno fatto alcuni tra i più rispettati e influenti giornali al mondo, come il New York Times, Le Monde e Der Spiegel.
Dovrebbe, quindi, essere naturale concludere che Wikileaks si colloca pienamente nel solco della libertà di stampa così come intesa in tutte le democrazie avanzate e come tale venire apprezzata come qualsiasi altro mezzo di informazione.
In questi confusi giorni, invece, molti riescono a sostenere che la medesima azione è contemporaneamente normale e criminale, a seconda se a farla sia il New York Times o piuttosto un gruppo di cittadini guidati da un australiano anticonformista. Come si dice in questi casi, aut aut: o una cosa o l'altra.
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