Grazie Juan Carlos, lettura molto interessante e analisi del
tutto condivisibile dell'attualità del pensierò di Rodotà .
Devo confessare che un'espressione come "l'intelligenza
artificiale di von Neumann" è la prima volta che la sento.
Ovviamente ognuno ha diritto di inventare le espressioni che
ritiene più efficaci a fini comunicativi, ma mi sembra che
un'espressione come "l'informatica di von Neumann" sia più
appropriata.
D'altro canto, l'uso del termine "intelligenza artificiale" in
moltissimi contesti per denotare quelle capacità di elaborare dati
che sono da sempre state il segno distintivo dell'informatica è
ormai diffusissimo. Almeno, come ho discusso qui
https://www.startmag.it/innovazione/intelligenza-artificiale-ia/
la gente si è accorta a causa di questo che l'informatica è
importante... :-) ;-)
Al di là di queste parole, che magari sono lievemente polemiche -
me ne rendo conto - ma hanno un intento assolutamente costruttivo,
dal momento che preoccuparsi solo dell'IA e disinteressari del
resto dell'informatica è terribilmente miope, volevo aggiungere un
paio di elementi storici interessanti in questo dibattito sull'uso
"politico" dell'informatica, che magari non sono universalmente
noti.
Il primo elemento sono un paio di passi scritti da Giovanni
Battista Gerace (ingegnere e informatico che ebbe un ruolo
fondamentale nella progettazione della Calcolatrice Elettronica
Pisana, il primo computer digitale interamente progettato e
costruito in Italia alla fine degli anni 50) di cui parlo nel mio
libro La rivoluzione informatica
https://edizionithemis.it/index.php/catalogo/digitale-e-societa/la-rivoluzione-informatica).
Il primo passo è del 1981, in un intervento su Critica Marxista:
«Il problema del controllo è decisivo. Chi usa l’informazione
dovrebbe non solo controllare che gli obiettivi, i criteri e i
modi con i quali essa è raccolta ed elaborata siano quelli
stabiliti, ma anche partecipare alla loro definizione. Dinanzi
ai fenomeni di insubordinazione, disaffezione e rigidità della
forza lavoro, il capitale vede quindi nell’informatica lo
strumento ideale per rendere flessibile il governo dell’impresa
e le singole lavorazioni sfruttando ogni possibile margine per
aumentare la produttività risparmiando lavoro».
Il secondo passo è del 1982, sulla stessa rivista: «Meno noti
sono invece i pericoli della nuova prevedibile esplosione di
consumismo elettronico in questi settori [quelli delle
comunicazioni, mia nota], e soprattutto quelli di un
neocolonialismo culturale … diventerà inevitabile, per ragioni
economiche, la concentrazione delle informazioni in banche di
dati specializzate per settori, le quali verranno gestite dai
paesi più forti economicamente e avanzati tecnologicamente».
Il secondo elemento (sempre ripreso dal mio libro) si trova in un
volume curato da Martin Greenberger Computers and the World of
the Future pubblicato nel 1962 con le trascrizioni degli
interventi dell'omonimo convegno svoltosi l'anno prima alla Sloan
School of Management del MIT. L'intervento di Charles Snow (autore
del famoso libro "Le due culture") predisse un mondo in cui il
software avrebbe regolato le nostre vite, ma mise in luce il
rischio che chi avrebbe deciso cosa scrivere sarebbe stato al di
fuori del processo democratico. Per questo, riteneva necessario
che ognuno avrebbe dovuto imparare l'informatica, affinché si
riuscisse ad avere un controllo dei cittadini su questo processo
che altrimenti rischiava di compromettere la democrazia. Una
visione ancora attualissima, ma ancora non realizzata fino al
momento in cui non insegneremo l’informatica nella scuola a tutti
gli studenti.
Ciao, Enrico
Il 24/11/2024 17:13, J.C. DE MARTIN ha
scritto:
Tecnologia,
Democrazia e controllo sociale: da Rodotà all'era
dellAI
Giando
Quando nel 1973
Stefano Rodotà pubblicava "Elaboratori
elettronici e controllo sociale", il
mondo stava attraversando una fase
cruciale nella storia delle tecnologie
dell'informazione. Quello stesso anno,
il golpe cileno non solo rovesciava il
governo democratico di Salvador Allende,
ma segnava simbolicamente la fine di un
approccio alternativo all'informatica,
incarnato dal progetto Cybersyn. Il
libro di Rodotà, riletto oggi alla luce
di questi eventi e degli sviluppi
successivi, si rivela straordinariamente
profetico nelle sue analisi e ancora
attuale nelle sue proposte.
La
tesi centrale del libro è che gli
elaboratori elettronici non sono
strumenti neutrali, ma incorporano
visioni politiche e possono essere
utilizzati sia per il controllo sociale
che per l'empowerment democratico. Come
scrive Rodotà: "Non è
pensabile una impostazione che tenda a
semplificare il rapporto tra impiego
degli elaboratori e tutela della sfera
privata, ignorando le diversità appena
ricordate e proponendo un quadro
istituzionale unitario".
Questa intuizione trova conferma nella
ricostruzione storica proposta dal
professor Andrea Cerroni a un recente
seminario del centro NEXA del
Politecnico di Torino, che evidenzia la
profonda divergenza tra due scuole di
pensiero: la cibernetica di Norbert
Wiener e l'intelligenza artificiale di
von Neumann.
[...]
continua qui:
https://www.ideesottosopra.org/post/tecnologia-democrazia-e-controllo-sociale-da-rodot%C3%A0-all-era-dellai