* è volontaria, e quindi divide (che succede se non voglio usarla, o se non ce l’ho? gli altri mi tireranno le pietre?);
Infatti aldilà di tutte le altre seppur importanti considerazioni mi pare questo il punto essenziale. A "Immuni" manca l'incentivo all'adozione. Qualcosa che spinga la scelta personale verso l'utilizzo grazie ad una convenienza pratica e immediata. Il solo sentimento di collaborare alla salute pubblica non basta. La coercizione non funzionerebbe nemmeno, non si può pensare di costringere le persone ad installare l'app contro la loro volontà. On Sat, Apr 18, 2020 at 4:27 PM Antonio Casilli < antonio.casilli@telecom-paris.fr> wrote:
https://www.che-fare.com/iaconesi-immuni-app-coronavirus/
"Ho fatto un esperimento: quanti difetti riesco a trovare in 1 minuto circa Immuni, l’app scelta dal nostro governo per il Contact Tracing, per fronteggiare la pandemia nella famigerata Fase 2?
Iniziamo:
* non è open source (almeno non sembra che lo sarà); * non si scarica da un sito governativo; * apre le porte Bluetooth Low Energy (BLE) che sono un colabrodo di sicurezza; * esclude intere fasce di popolazione (devi avere uno smartphone, lo devi sapere usare, ect); * è volontaria, e quindi divide (che succede se non voglio usarla, o se non ce l’ho? gli altri mi tireranno le pietre?); * è gratis (leggi: il codice è di qualcun altro, non del governo italiano, che ne avrà, al massimo, una licenza; * la manutenzione la farà qualcun altro, variando versioni etc; * qualcun altro beneficerà dei dati che genererà; e così via); * non la scaricherà mai il numero di persone che servirebbe che la scaricassero per avere dei benefici; * è a rischio di una enormità di falsi positivi, e di scherzi (prank, trollate) clamorosi; * non se ne capisce il senso (ricevere l’alert cosa comporta? il tampone? il trattamento? cosa?).
(...)
Sarebbe stato meglio se avessero scelto l’altra app candidata? O un altra app in generale? Forse un po’. Ma non tanto.
Perché sarebbe comunque la domanda sbagliata. Non si tratta di chiedere, infatti, quale app avremmo dovuto scegliere, o addirittura produrre.
Si tratta, invece, di comprendere che tipo di problema sia questo che stiamo vivendo, e come lo vogliamo affrontare: non come regione, nazione o aggregazione nello scacchiere geopolitico mondiale, ma come civiltà.
Eccoli, sono arrivati: i problemi complessi. Sono irriducibili.
Non c’è una app che li possa risolvere o mitigare. Uno o mille hackathon non servono a nulla. Le scorciatoie delle soluzioni puntuali sono inutili. E sì, lo capiamo. Non sapete che farci con i problemi complessi: non siete (e non siamo) preparati.
(...)
In questo momento non serve una app (che, oltre tutto, visto il mio sconforto iniziale, sembra essere un rafforzativo del sistema di partenza, non di certo un cambiamento). Quello che serve è finirla di trattare le persone come bambini idioti (perché i bambini, invece, capiscono benissimo) e dare un senso alle cose.
Non l’ennesima cosa incomprensibile. La app è questo. L’ennesima soluzione senza senso. L’ennesimo divieto di andare a correre – anche se siete soli in mezzo a un prato –, di fronte al permesso di stare in fila al supermercato.
L’app è l’ennesimo carabiniere che mi ferma per il controllo, che poi mi passa la penna che hanno usato tutti gli altri prima di me, magari anche mettendosela in bocca, che forse è la cosa più pericolosa che tanti di noi hanno fatto in questi giorni.
L’app è l’ennesima soluzione incapace di costruire senso. E, invece, questo è quello che dovremmo fare."
-- Antonio A. Casilli Professor, Telecom Paris, Institut Polytechnique de Paris Member, Interdisciplinary Institute for Innovation (i3 UMR 9217 CNRS) Associate Member, LACI-IIAC (EHESS) Faculty Fellow, Nexa Center for Internet & Society
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