Caro Carlo,
temo gli sfottò del buon Tesio
posso rassicurarti: il mio sarcasmo veicola una critica feroce. Sia chiaro, di certe tue affermazioni apprezzo l'onestà intellettuale, ma non posso apprezzare null'altro purtroppo. E per quanto possa comprendere la difficoltà di trattare temi (come l'informatica) di cui non solo non si sa nulla, ma non si ha nemmeno idea di quanto ci sia da sapere, fatico a tollerare i danni che tali affermazioni producono alla noosfera, laddove chi ti legge o ascolta, soggetto alla medesima ignoranza, gli attribuisce l'autorevolezza che ti compete in altri ambiti. Per fare un paragone drammaticamente attinente, sei nella condizione di un analfabeta che, circondato da milioni di altri analfabeti, critica l'interpretazione delle norme che istituiscono l'obbligo scolastico. Lo fai in assoluta buona fede, convinto che saper leggere e scrivere sia solo una seccatura e non sia necessario per discutere di norme sul tema, rinforzato, nella tua credenza, sia dalla diffusione della stessa fra gli analfabeti sia il sostegno esplicito di diversi esperti di diritto (che sanno leggere benissimo, ma hanno tutto l'interesse a mantenerti nella tua supponente ignoranza). Immagina di osservare la scena con la tua conoscenza della storia, della letteratura e del diritto: come reagiresti? Ecco, questa è la condizione di qualsiasi informatico competente che ti ascolta: può decidere (come abbiamo fatto Stefano Quintarelli, Stefano Borroni Barale e Stefano Zacchiroli ed io) di metterti in discussione, può approfittare della tua ignoranza, usandoti per diffondere propaganda sul tema, o può ignorarti per scoramento. Personalmente oscillo fra la prima e la terza opzione perché a parlare a vanvera di informatica siete davvero in tanti. Ma esattamente come l'analfabeta del mio paragone, critichi la protezione dei dati cui sei stato programmato a rinunciare, non comprendendo che saresti il primo a beneficiarne se ti fosse permesso. Ad esempio, prendi questa frase:
i dati, rectius le informazioni, anche personali devono circolare santo cielo!
Le informazioni non circolano, se ne stanno chiuse in ciascuna delle nostre teste, come esperienze soggettive di pensiero comunicabile. L'unica cosa che può "circolare" sono i dati, rappresentazioni interpretabili impresse su un supporto trasferibile nello spazio o nel tempo. I dati si chiamano così perché possono essere dati a qualcuno, appunto. Le nostre menti si sincronizzano (in modo più o meno preciso a seconda di vari fattori) attraverso i dati che ci scambiamo esprimendoli ed interpretandoli. I dati possono essere espressi consapevolmente (tipicamente come contenuti) o emessi inconsapevolmente (appunto i dati personali). Tu li accomuni dicendo che "devono circolare santo cielo". Ti sei mai chiesto perché lo pensi? Perché _devono_ circolare? Cui prodest?
Sono la base della conoscenza,
Anzitutto, i dati sono il _veicolo_ della _cultura_, ma non necessariamente della conoscenza: i dati in circolazione possono tranquillamente essere falsi, come avvenne per secoli in tutti i testi in cui dottissimi studiosi discutevano sapientemente la teoria tolemaica dell'universo. E poi stai confondendo i dati emessi e i dati espressi dalle persone. I dati espressi dalle persone devono poter circolare perché esistono come espressione proprio per circolare. Ma chi ha detto che i dati emessi inconsapevolmente dalle persone debbano "circolare"? Perché mai dovrebbero, se sono stati registrati all'insaputa delle persone che le emettono? E credimi, non hanno (avete?) la minima consapevolezza della quantità e della qualità dei dati che vengono registrati ogni secondo da decine di organizzazioni quando si portano in giro un cellulare o navigano sul web. E non hanno (avete?) alcuna consapevolezza di come quei dati vengano usati per orientarne credenze, opinioni politiche, comportamenti e consumi.
anche quella delle macchine spara stronzate (frankfurtianamente)
Le macchine non conoscono e non apprendono. Non più di quanto conoscano o apprendano i libri. Ed è veramente frustrante doverlo ripetere continuamente anche a persone intelligenti come te. Un altro esempio, più corposo:
Quando uscì il GDPR (2016) ricordo che in studio ci dicemmo: ma sta roba è incompatibile con il BigData (in allora il termine era una buzzword). Minimizzazione, limitazione della conservazione, stretta finalità...tutta roba contraria al valore informativo dei dati, ma per fortuna c'erano mille eccezioni, varianti e deroghe e soprattutto quei principi si potevano piegare, adattare e soprattutto i pochi che si occupavano di protezione dati dal 1995 sapevano che era un diritto dai confini incerti, bilanciabile e recessivo, molto diverso dalla riservatezza (che quella sì se la passava già davvero male).
Puoi considerare la manipolazione individuale di miliardi di persone come una fortuna solo perché non hai idea (o non vuoi riconoscere) di esserne vittima in prima persona insieme a tutte le persone che ami, sia direttamente (se usi/usate uno smartphone comune), sia indirettamente (se vivi/vivete in uno stato dove persone che lo usano vivono, operano e votano). In un'altra mail poi scrivi:
La ragione e la forza del "nuovo" diritto per la protezione dei dati personali è soprattutto in relazione a dati privi di riservatezza e dunque anche quelli pubblici.
I dati pubblici sono la punta dell'iceberg, una frazione minima di quelli trattati e protetti dal GDPR. Purtroppo sono gli unici di cui tu hai consapevolezza, non essendo un informatico: per questo il diritto relativo alle espressioni (diritto d'autore) ti è molto più chiaro e ti appare più solido e comprensibile. Come poi una persona che si definisce liberale possa accettare la riduzione della libertà propria ed altrui (ancorché non attraverso costrizione fisica, ma menomazione intellettuale) mi sfugge completamente. Assumendo buona fede, l'unica spiegazione che mi riesco a dare è che tu non sia affatto consapevole di quanto le tue opinioni vengano costantemente e puntualmente orientate e che, fra queste opinioni eterodirette, vi sia la riduzione di tutto ciò che io ed altri abbiamo descritto a "complottismo". Ridurre tutta questa critica ad uno sfottò è miope e controproducente, perché mantiene te e chi ti ascolta in un'ignoranza presupponente utilissima a chi vi manipola. Spero quindi di essere stato più chiaro, eliminando qualsiasi ironia. Non considerarla, peraltro, una critica diretta a te solo, perché purtroppo di persone che parlano di informatica senza averne alcuna comprensione ce ne sono moltissime a tutti i livelli, filosofi, giornalisti, politici... Non si rendono conto di danneggiare sé stessi e i propri figli, di ridursi e ridurli a burattini, ad ingranaggi alienati di macchine controllate da altri. Poi ci sono quelli che lo comprendono e gli va bene così. Servi che non meritano sarcasmo, ma disprezzo. Giacomo